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Al mio segnale, scatenate l’inferno: Black Friday e Cyber Monday 2016 da record

Si è chiuso da pochi giorni uno dei periodi di shopping più memorabili di sempre: la combinazione di Ringraziamento, Black Friday, Cyber Monay ha sancito l’inizio del periodo di spese natalizie in grande stile. Se il Black Friday è ormai una tradizione esplosa negli USA negli anni ’80 per il Cyber Monday possiamo parlare (ancora per poco) di una consuetudine nata su internet nel 2005 grazie ad un sito di Ecommerce.

Il Venerdì nero e Lunedì cyber sono ormai di due appuntamenti fissi che danno rispettivamente il via a 24 ore di forti saldi su ogni tipo di prodotti.

Il boom del “mobile shopping”

Per snocciolare dei dati interessanti sull’ultimo Black Friday ci appoggiamo al report di Adobe Digital Insights, branca del colosso USA Adobe che si occupa proprio di indagini e ricerche sul mercato digitale. I numeri di vendita USA ci raccontano di un record stabilito dai dispositivi mobili: per la prima volta nella storia, in un singolo giorno sono stati effettuati acquisti da mobile devices superiori ad un miliardo di dollari (1.2B$, per l’esattezza). Cifra monstre che è pari al 36% delle vendite totali americane avvenute online nella giornata di venerdì (3.34B$).

L’analisi di Adobe testimonia come l’accesso al web sia ormai tutt’altro che una prerogativa dei PC e come i consumatori siano sempre più propensi ad acquisti “istantanei” ed impulsivi agevolati dalla facilità d’uso di applicazioni e siti web disegnati per smartphone e tablet: un e-commerce più user-friendly che ha un impatto positivo sul mercato, come conferma il +21.6% di crescita annua delle vendite online rispetto allo scorso anno.

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Come è andata invece per il Cyber Monday?

E’ stato un successo epocale: 12.1% di crescita rispetto al Cyber Monday 2015 e 2.6% in più di quello che Adobe aveva inizialmente stimato.

“Il Cyber Monday ha segnato un pezzo di storia quest’anno” dice Tamara Gaffney, la coordinatrice degli analyst di Adobe. “E’ un traguardo incredibile, ed è anche incredibile il fatto che il Black Friday si sia avvicinato così tanto al Cyber Monday di quest’anno registrando solo 110 milioni in meno di ricavi!”

Lo shopping da mobile ha visto una crescita incredibile. La spesa è stata addirittura del 34% in più rispetto allo scorso anno.

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Il rush finale? E’ appena cominciato

Benché sia rilevante l’impatto mediatico ed economico del weekend del Ringraziamento, inciderà ancor di più (logicamente) il mese di dicembre: ben il 40% degli acquisti “festivi” degli americani avviene infatti in prossimità del Natale, contro il 15% previsto dalla somma delle vendite legate al Black Friday ed al Cyber Monday.

Considerato il boom da dispositivi mobili a cui abbiamo appena assistito, i commercianti americani (e non) possono guardare al pranzo di Natale con l’acquolina in bocca.black-friday-2

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Il Referendum sui media

Poco più di 1 articolo su 2 parla di riforme, l’Italicum pesa più del futuro del governo.

Da aprile quasi 200.000 articoli dedicati alla consultazione del 4 dicembre: quella del Senato è la riforma più discussa, l’attenzione è alta soprattutto al Nord.

Il referendum non è solo riforme: è quanto emerge analizzando i temi più discussi sui media italiani in relazione alla consultazione del prossimo 4 dicembre, dove non sempre protagoniste del dibattito sono le modifiche all’assetto costituzionale sulle quali i cittadini saranno chiamati a esprimersi. Lo rileva il nostro studio che ha analizzato gli articoli pubblicati sulle principali testate stampa e web dal mese di aprile al 23 novembre 2016[1].

L’attenzione del Paese è senza dubbio molto alta, basti pensare che al referendum sono stati dedicati ben 199.718 articoli in meno di 8 mesi: una febbre che è cresciuta soprattutto a partire dal 26 settembre, quando è stata annunciata la data della consultazione. Tra i pezzi pubblicati sulle testate stampa e web, però, solo il 59% si occupa nello specifico delle riforme previste dalla legge Renzi-Boschi. Tra gli altri temi messi in relazione al referendum, spicca soprattutto l’Italicum che è addirittura più discusso di quello che sarà il futuro del Governo Renzi dopo il voto del 4 dicembre.

La riforma di cui si è parlato di più è in ogni caso quella del Senato, che appare in 34.887 articoli. Seguono le modifiche previste in tema di Regioni, discusse in 23.333 casi. Molto distaccati i temi dell’abolizione delle Province (7.964 pezzi) e del CNEL (5.987). La modifica relativa all’elezione del Presidente della Repubblica si attesta solo a quota 3.418 articoli. Poca attenzione agli aspetti della riforma che toccano referendum propositivo e leggi di iniziativa popolare, entrambi citati in poco più di 1.000 casi.

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Il Nord Italia sembra l’area del Paese più interessata al dibattito, stando allo spazio che è stato dedicato al tema dalle testate locali[2]. La Lombardia guida la classifica delle regioni in cui il referendum è stato più discusso sui media, con 11.730 articoli pubblicati da aprile a oggi. Seguono il Veneto a quota 8.489 e l’Emilia-Romagna con 7.300 pezzi. Al quarto posto la Toscana con 6.719 articoli e al quinto la Sicilia con 6.545.

Protagonista assoluto sui media quando si parla di referendum è ovviamente Matteo Renzi, citato in oltre il 50% degli articoli (104.734). Meno spazio alla cofirmataria della legge sottoposta alla conferma popolare: Maria Elena Boschi è presente in 29.812 casi, pari a meno del 15%. La tallona da vicino Silvio Berlusconi, a quota 22.202. Presenze ricorrenti nel dibattito sul referendum sono anche Beppe Grillo e Matteo Salvini, entrambi oltre i 14.300 articoli, seguiti da Pierluigi Bersani con 10.540 pezzi. Presenti in top 10 anche due Presidenti della Repubblica, con l’ex Giorgio Napolitano che supera l’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella per un migliaio di citazioni. Tra i leader esteri che si sono espressi sul referendum, è Barack Obama ad essersi aggiudicato maggiore spazio sui media (5.585 articoli) battendo per un soffio Angela Merkel (5.139).

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[1] Analisi effettuata per ricerca di parole chiave dal 4 aprile al 23 novembre 2016 su un panel comprendente oltre 14.000 testate italiane stampa e web nazionali e locali.

[2] Analisi effettuata sulle testate locali e i dorsi regionali pubblicati nelle diverse Regioni italiane.

 

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In prima linea per la difesa delle donne

Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne.

Si tratta di un argomento delicato e al tempo stesso difficile da affrontare. Se da un lato suscita rabbia pensare che esistano questo tipo di problemi, dall’altro è allarmante anche solo dover pensare di doversi difendere dal pericolo generato da uomini violenti, quasi come se l’incapacità di reagire possa diventare una colpa. Purtroppo l’esigenza di difendersi può nascere dalla propria paura, soprattutto di notte.

All’Eco della Stampa lavorano molte donne, e molte donne lavorano di notte. Da sempre. Molti anni fa, quando ancora non esistevano i cellulari, le lavoratrici del turno notturno erano fornite di un fischietto con cui potevano dare l’allarme in caso di pericolo per strada. L’azienda è sempre stata molto sensibile al tema della sicurezza delle proprie dipendenti e ancora oggi si batte affinché possano sentirsi più sicure nel tragitto per recarsi al lavoro.

Per questo L’Eco della Stampa ha organizzato un corso di autodifesa tenuto da Milano Difesa Personale.

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Colpi e parate, un momento del corso tenuto presso L’Eco della Stampa

Il programma dei corsi è molto articolato e si sviluppa partendo dalle nozioni legali fino ad arrivare ai colpi e alle parate da mettere in pratica in caso di estrema necessità.

Dai dati ISTAT presentati il 5 giugno 2015 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri si evince che non più del 10% degli stupri che avvengono in Italia sono compiuti da stranieri: in questo (come in altri casi) bisogna prendere le distanze da facili quanto sterili pregiudizi.
Il 69% degli stupri avvengono ad opera del partner, mariti o fidanzati; in Europa il 12-15% delle donne subisce quotidianamente violenze domestiche, e queste rappresentano la prima causa di morte tra i 16 e i 44 anni, prima di cancro, guerre e incidenti. È evidente che la violenza domestica è un tema su cui si deve intervenire.
In Italia 6 milioni 743 mila donne dai 16 ai 70 anni hanno subito violenze (1 milione e 150 mila nel 2006: fonte intervista ISTAT citata sopra): 1.400.000 ragazze ha subito violenza sessuale prima dei 16 anni.

Cosa fare di fronte ad un quadro così sconcertante? Certamente non è una partita da giocare sul piano fisico.

Tuttavia non dobbiamo arrenderci, e alcune forme di difesa personale possono dare il via anche ad una trasformazione profonda in sé stessi, giacché una postura mentale forte e decisa aiuta a non cadere nella trappola della potenziale vittima, aiuta ad avere coraggio: l’arte dell’autodifesa aiuta a sentirsi più sicure, insegna a gestire la violenza e l’aggressività, proietta verso un presa di coscienza di sé stessi e della propria autostima.

E’ un modo per agire e reagire subito, in attesa che il lento e lungo percorso culturale scavi finalmente il solco del rispetto e della responsabilità e abbatta definitivamente il muro della violenza di genere.

 

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La Social Media Academy tra robot e intelligenza artificiale

Martedì 22 Novembre si è tenuta la terza Social Media Academy organizzata da L’Eco della Stampa. L’Academy non è un evento ma un team di lavoro che raccoglie quei clienti che già utilizzano le nostre soluzioni di Social Media Monitoring e vogliono confrontarsi e scambiarsi opinioni cogliendo l’occasione di restare aggiornati sui casi di successo in settori e realtà molto diverse.

Francesca Salvatore, Social Media Specialist, ha iniziato il discorso mostrando come i nuovi media possano portare molta più libertà ma anche una certa forma di prigionia in alcune occasioni. Alessandro Cederle, Direttore de L’Eco della Stampa ha parlato dell’importanza dei social media durante le elezioni americane e del grande dibattito nato sull’onda della grande quantità di fake news prodotte.

Dopo un dibattito aperto su questo tema, che ha coinvolto tutti con un occhio sul Referendum Costituzionale, siamo arrivati al piatto forte della giornata: la Case History ogni volta nuova che ci permette di entrare subito dopo nel vivo di tematiche e sfide concrete di chi opera nel settore e si trova ad affrontarle nell’attività day-to-day.

Abbiamo avuto il piacere di ascoltare la presentazione di Giuliano Greco, Social Media Manager dell’Istituto Italiano di Tecnologia: Comunicare Scienza e Tecnologia sui Social. Giuliano ci ha aperto uno scorcio privilegiato per comprendere la realtà di IIT, un Istituto di Ricerca fuori dal comune che riporta l’Italia in cima alle classifiche mondiali delle avanguardie tecnologiche.

IIT Case History

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IIT, L’Istituto Italiano di Tecnologia è una realtà nuova, fresca e altamente competitiva: impiega oggi circa 1500 persone provenienti da 56 paesi, l’età media è 34 anni. Citato dalla rivista Nature per il merito, lo sforzo di ricerca di IIT si focalizza su tre macro aree ed 11 programmi portati avanti da altrettanti laboratori in tutta Italia.

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L’interesse verso l’Istituto è cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi. Sono i robot progettati in laboratorio per interagire con gli esseri umani ad aver affascinato un pubblico vastissimo.

Da una grande esposizione nascono tantissime opportunità, ma anche qualche difficoltà ed incomprensione in più. Per un ricercatore che dedica mesi o anni della sua vita ad un progetto è difficle dover sottostare alle rivisitazioni che i media tradizionali e digitali apportano appena prima della pubblicazione.

Ma quanto spazio dedicano i maggiori quotidiani italiani alla scienza? Solamente l’1%

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Questo spiega il perchè un Istituto come IIT guardi sempre di più alla comunicazione digitale. Soprattutto per non dover sottostare alle regole dettate dai media tradizionali ma anche per raccontare in prima persona la propria storia a quella grande fetta di pubblico che nutre un’incondizionata passione per la tecnologia e l’innovazione.

Chi può essere il pubblico di un Istituto di ricerca come questo? IIT stesso distingue il proprio pubblico in due principali cluster: gli studiosi veri e propri e gli appassionati di tecnologia. Se i primi li troviamo su canali come i siti web universitari e le riviste peer reviewed (riviste di revisione paritaria), gli appassionati si aggregano sulle testate giornalistiche online, blog e siti di divulgazione scientifica come Scientificast.

Così, quando il 19 di Settembre la trasmissione Presa Diretta criticò IIT su aspetti principalmente politici, venne riunita una task force per affrontare il problema con risposte Live su tutti i canali a disposizione. Memori del metodo introdotto con successo da ENI, anche questa volta la risposta del pubblico è stata molto positiva.

Twitter si conferma lo strumento di eccellenza per un approccio Live.

L’abitudine a suddividere le fonti online tra siti, blog e social media induce spesso in errore e questo IIT lo ha già capito. Basti pensare alla distanza siderale che esiste tra due piattaforme come Twitter e Facebook, generalmente riunite sotto la categoria dei social media. Un pubblico molto diverso ed una modalità di interazione opposta evidenziano come si tratti di due mezzi di comunicazione distinti, come lo sono la radio e la televisione.

Su questo e su altre tematiche si è evoluto il dibattito tra realtà molto diverse ed impegnate in settori come l’automotive, i servizi, gli eventi, la moda e l’energia.

Ci teniamo a ringraziare IIT e tutti i partecipanti per aver reso questa giornata speciale e fissiamo il prossimo appuntamento a Febbraio per la quarta Academy!

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Facebook, Google e la lotta contro le fake news, finalmente

Un paio di settimane dopo la baraonda politica e mediatica che è stata l’elezione di Donald Trump, è tempo di riflessioni anche per i due più importanti player di Internet. L’accesa campagna elettorale prima e il controverso risultato delle urne dopo, hanno buttato nel calderone politico anche due giganti come Facebook e Google che, volenti o nolenti, sono sempre più parte attiva del processo di informazione popolare.

Così, se Google poche ore dopo l’ufficiliatà della vittoria di Trump mostrava come primo risultato di ricerca dati elettorali sbagliati provenienti da un blog di notizie false e sensazionaliste (il fact checking appena introdotto non ha performato molto bene), c’è addirittura chi accusa il social network di Mark Zuckerberg di aver influenzato il voto favorendo la vittoria di Trump.

Nelle prime ore del mattino dopo l'elezione USA, Google riportava come prima fonte di notizie sui risultati elettorali un blog di fake news secondo cui Trump aveva vinto anche il voto popolare. Bufala
Nelle prime ore del mattino dopo l’elezione USA, Google riportava come prima fonte di notizie sui risultati elettorali un blog di fake news secondo cui Trump aveva vinto anche il voto popolare. Bufala

Tralasciando la bontà o meno di questo pensiero azzardato da alcuni osservatori del web, c’è un aspetto innegabile che oggi compromette pesantemente la qualità dell’informazione (sui fatti d’attualità e non solo) reperibile sui social e tramite i motori di ricerca: questo fenomeno di cui parliamo è l’emorragia delle “fake news”.

Fake news e come combatterle

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Le fake news sono tutte quelle notizie prodotte ad hoc da blog e siti web specializzati nella diffusione di contenuti virali. La caratteristica che contraddistingue una storia autentica da un pezzo “fake” è che il falso non ha alcuna fonte verificabile: il gestore di un sito di fake news punta solo ed esclusivamente a monetizzare la grande affluenza di click che portano in dote i titoli ad effetto e il contenuto spesso diffamatorio ma accattivante degli articoli. Alcune di queste notizie sono sfacciatamente false e riconoscibili, molte altre sono offerte da siti che si presentano ormai con una veste grafica “autorevole” e apparentemente affidabile.

Il risultato di questa sofisticazione sempre maggiore nella produzione di notizie “fuffa” è che, secondo un interessante e dettagliato studio condotto da BuzzFeed.com, nei tre mesi finali della campagna presidenziale americana, le fake news più popolari hanno registrato un volume di traffico Facebook maggiore rispetto alle principali notizie VERE appartenenti a testate quali New York Times, Huffington Post, Washington Post e NBC News.

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Nonostante il CEO di Facebook Mark Zuckerberg abbia cercato di minimizzare le critiche dichiarando assurda “l’idea che il risultato delle elezioni sia stato dettato dalle fake news condivise sul social”, non è un caso che negli ultimi giorni Google e Facebook abbiano adottato delle contromisure.

In una serie di dichiarazioni raccolte dall’agenzia di stampa Reuters, Google ha dichiarato di voler tagliare fuori dalla sua piattaforma di ricavi pubblicitari (la celebre AdSense) tutti quei siti creatori di fake news: “Prossimamente, limiteremo il servizio pubblicitario sulle pagine che falsano, espongono in modo inesatto o celano le informazioni riguardo l’editore, i contenuti dell’editore o lo scopo primario della proprietà intellettuale virtuale”. Su questa falsa riga si muove Facebook, che ha deciso esplicitamente di escludere dalla pubblicità sul suo Audience Network anche questa tipologia di siti: chi crea notizie fallaci è ora incluso in un “indice delle pagine proibite” che comprende già pagine web dal contenuto genericamente illegale, elusivo e ingannevole.

Un secondo passo verso un maggiore controllo di qualità dei contenuti della rete, dopo la recente novità del fact checking. Ma soprattutto, un deciso tentativo di eliminare l’incentivo economico alla base della generazione di fake news e una doverosa ammissione di “responsabilità giornalistica” da parte di imprese digitali che non possono più ignorare un problema così delicato.

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The Train of Talents, prossima fermata: Elfo Puccini


Il capostazione fischia, il treno parte! Destinazione: teatro Elfo Puccini. Tutti in carrozza: talenti “dilettanti”, artisti ferrovieri, più di 100! Che con le loro esibizioni faranno sognare grandi e piccini, come solo i treni sanno fare… già, perché il treno è nell’immaginario collettivo una grande metafora della vita. Sin da piccoli lo cerchiamo fra i giocattoli, lo imitiamo con le prime parole “ciuf ciuf”, lo andiamo a salutare alla stazione, lo canticchiamo nelle canzoncine, lo guardiamo nei cartoni, per poi prenderlo davvero e cominciare a viaggiare con quello sferragliare nelle orecchie che anche se chiassoso è così familiare e antico.


train-of-talentsSabato 19 Novembre 2016 alle ore 21:00 presso il teatro Elfo Puccini di Milano, avremo l’occasione di salire su un coloratissimo treno “THE TRAIN OF TALENTS“, che percorrendo i binari della solidarietà, ci trasporterà in una spettacolare e divertentissima serata, organizzata dal Circolo Ricreativo Aziendale di Ferrovie Nord Milano, in collaborazione con G.B.M., con il patrocinio del Comune di Milano, Regione Lombardia ed “Expo in città“.

Giunta alla sua terza edizione, la serata sarà condotta da Mariangela Balbi (un capotreno in gonnella cresciuta a pane e treni giacché figlia e nipote di ferrovieri) e Peter Foggi (macchinista). Ospiti l’artista creativo Fabrizio Vendramin, trionfatore di ”Italia’s Got Talent” 2011, e il comico Roberto Lucini.

Presente all’evento l’associazione onlus Veronica Sacchi che con i suoi “Volontari col naso rosso” opera in contesti di sofferenza ove la figura del clown dottore può rappresentare un momento di allegria e sollievo dal dolore.

I bambini sono il fine corsa di questo treno di talenti, l’intero ricavato della serata sarà devoluto infatti in beneficenza al Telefono Azzurro per il progetto “BAMBINI e CARCERE di MILANO”. Nato nel 1993 dall’impegno dei volontari di Telefono Azzurro e reso possibile grazie alla collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, il progetto mira alla tutela dei minori figli di detenuti.

Esso si muove in due direzioni: la fase del “Nido” che consente ai bambini di trascorrere i primi anni (0-6) con la mamma in carcere in una situazione affettiva, logistica ed organizzativa a misura di bambino, e la “Ludoteca” per attenuare l’impatto con la dura realtà carceraria al momento del colloquio con il genitore detenuto. I volontari di Telefono Azzurro operano anche all’interno degli ICAM, Istituti a custodia attenuata per madri detenute, con lo scopo di supportare la promozione di uno sviluppo adeguato del bambino valorizzando la relazione con la madre.

Successo assicurato: è già SOLD OUT! Per tutti coloro che vorranno partecipare all’evento non resta che la diretta su TeleMilano.

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Webdesign 2.0, meglio lo stile retrò o fashion?

Chiunque legga questo articolo ed è un utente che naviga su Internet da almeno una decina d’anni, non potrà fare a meno di notare come l’estetica del World Wide Web sia naturalmente mutata. Sulla scia di un progresso hardware e software che ha offerto linguaggi di programmazione, strumenti di design e supporti fisici sempre più sofisticati, si è diffusa una tendenza riassumibile alla perfezione da questa immagine:

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Questo screenshot rappresenta infatti una delle lamentele di Kevin Marks, programmatore e guru inglese della tecnologia applicata alla Rete. In un lungo “articolo-sfogo” pubblicato su Backchannel.com, il co-fondatore di Microformats spiega il suo disappunto di fronte ad un web sempre meno leggibile e capace di mettere a repentaglio le nostre diottrìe: se è vero che l’interfaccia del Google App Engine (strumento per sviluppatori) rappresentata nell’immagine è molto più gradevole e moderna nella seconda versione, è altrettanto vero che le accattivanti sfumature cromatiche possono creare parecchi problemi di visibilità.

Web Accessibility Initiative: il manuale del creatore di contenuti online

Consci delle infinite possibilità di personalizzazione dei contenuti pubblicati in rete, nel 2008 la Web Accessibility Initiative ha pubblicato quella che dovrebbe essere “la Bibbia” in termini di creazione di pagine web facilmente leggibili. Il consorzio di sviluppatori e aziende, la cui mission è quella di produrre linee guida e strategie per rendere Internet fruibile anche ad utenti affetti da disabilità di vario tipo, si è concentrato sull’aspetto che più di tutti può rendere frustrante o rilassante la lettura online: il contrasto tra il colore del testo e quello di sfondo della pagina.

Il risultato di questa analisi si traduce in una serie di contrast ratios che, per facilità di sintesi, potete trovare elencati in questa immagine:

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Ebbene, è di 7:1 il rapporto considerato ideale per permettere la lettura anche agli utenti con visione alterata. 4.5:1 è invece il valore “minimo” affinché un testo sia chiaramente leggibile almeno da tutti coloro che non hanno impedimenti visivi. Come avrete già intuito, il rapporto di 7:1 non è sostanzialmente rispettato da nessuno: Apple e Google, i due leader tecnologici che sostanzialmente “indirizzano” l’evoluzione tecnica (ed in questo caso estetica) del settore, usano spesso e volentieri un rapporto più basso di 5.5:1 e di 4.6:1 rispettivamente. Marks punta perciò il dito contro i web designers che, sfruttando al massimo la risoluzione elevata dei pannelli LCD di ultima generazione, riempiono pagine e pagine di font sempre più eleganti, sinuosi, sottili e soprattutto tenui. Con buona pace dei nostri occhi.

I valori fondamentali del World Wide Web: l’universalità

Qui torniamo alla premessa fatta all’inizio di questo articolo. È innegabile che, visitare oggi una pagina web come questa (si tratta del sito personale di Marks), susciti quasi ilarità. I caratteri tipografici ci sembrano grezzi, con un utilizzo grossolano delle ampie possibilità cromatiche offerte dai nostri display all’avanguardia.

In effetti, ormai il trend imposto dai giganti della Silicon Valley ha abituato la nostra vista ad accettare e anzi a ricercare un’esperienza visiva accattivante, a scapito di quello che dovrebbe essere uno dei principi fondamentali di Internet: come ci ricorda il padre spirituale del World Wide Web Tim Berners-Lee, “Il potere del Web sta nella sua universalità. L’accesso da parte di tutti, anche a fronte di ogni disabilità, è un aspetto essenziale.”

Una regola semplice ed importante, soprattutto se consideriamo che Internet sarà usato per risolvere problemi sempre più centrali nella vita di ognuno di noi: senza eccedere nell’enumerazione delle infinite possibilità della Rete, è già uno strumento potentissimo di comunicazione che collega utenti in tutto il mondo e ci consente di accedere a servizi essenziali per la nostra quotidianità, dall’home banking alla sanità all’interazione con le pubbliche amministrazioni.

Oggi i web designers, trincerati dietro display ad altissima risoluzione che permettono pallidi e illeggibili arabeschi si stanno dimenticando che, la stragrande maggioranza degli utenti di Internet, è online sugli schermi di dispositivi mobili come smartphone e tablet. Display evoluti ma che spesso e volentieri vengono consultati alla piena luce del sole o, al contrario, al buio sotto le coperte: la vita quotidiana degli utenti è molto meno ad “alta definizione” di quella di un computer situato in uno studio in condizioni ambientali perfette. Pretendere di applicare ciecamente il risultato di una sofisticata ricerca estetica ad una realtà che è profondamente distante e che difficilmente ci consente di apprezzare queste raffinatezze grafiche, non è forse il fallimento di quello che è (per definizione) lo scopo di un designer?

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I social network tra le pagine dei romanzi

Jake Barnes e Robert Cohn comunicavano attraverso telegrammi. Erano gli anni ’20 del ‘900 quando sulle pagine di Fiesta Ernest Hemingway sceglieva il telegramma come mezzo di comunicazione dei suoi personaggi, che lo usavano spesso durante il corso della storia, per darsi appuntamento. E proprio con un telegramma termina il libro, quando Brett chiede a Jake di raggiungerla a Madrid per raccontargli che lei ed il giovane torero si sono lasciati.

Gli anni passano, e quasi un secolo dopo Cecilia Ahern dedica un intero libero alla comunicazione via email tra i due protagonisti, Rosie e Alex, in Scrivimi Ancora.

Ma anche la mail è superata, oggi.

Ho appena terminato di leggere Equazione di un amore di Simona Sparaco, commovente romanzo edito da Giunti Editore: la protagonista è Lea, una giovane donna (la definisco giovane perché ha la mia età!) aspirante scrittrice, si è sposata con un avvocato tanto fissato con la carriera quanto premuroso con lei, Vittorio, e per seguirlo si è trasferita da Roma a Singapore. Terminato ed inviato il suo primo romanzo a molte case editrici italiane, viene convocata da una di queste per firmare un contratto e lì incontra Giacomo, il ragazzino introverso per cui ha pianto alle superiori, il ragazzo che l’ha sedotta e abbandonata all’Università, la particella a lei affine:

“In fisica quantistica, se due particelle interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separate, non possono più essere descritte come due entità distinte, perché tutto quello che accade a una continua a influenzare il destino dell’altra. Anche ad anni luce di distanza.”

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Sono i social network ad avere un ruolo predominante tra le pagine del libro, specchio della vita dei protagonisti; Bianca, amica del cuore di Lea, scopre che anche se sono passati anni Lea non ha dimenticato quel suo primo amore, e ha continuato a cibarsi di informazioni su di lui attraverso le pagine dei social:

“E fu proprio durante la sua ultima notte da nubile che Lea trovò il coraggio di confessare a Bianca che lei e Giacomo erano rimasti amici su Facebook, pur senza parlarsi mai, e che ogni tanto le capitava ancora di controllarlo, di pubblicare foto della sua vita esclusivamente per lui, immaginando le sue reazioni nel vederle, o sperando di riaccendere in lui la curiosità al punto da riallacciare la comunicazione”

Ed infatti ancora prima del suo matrimonio con Vittorio, Bianca aveva suggerito a Lea di prendere seriamente la scelta che sta facendo:

“Questa è una cosa importante, Lea. Non è una giornata che serve per scattare fotografie da pubblicare poi su Facebook per punzecchiare qualcuno che già da un pezzo non dovrebbe più avere alcun peso nella tua esistenza…devi cancellarlo sul serio, dalla tua vita e da ogni diavolo di social network.”

Sfido chiunque a non avere mai fatto almeno una volta quello che fa la protagonista di questo libro: chi non ha mai spiato almeno una volta sui social network un vecchio amore, una vecchia conoscenza, un amicizia passata? Chi non ha mai pubblicato qualcosa per il solo gusto di pubblicare, sperando che qualche suo contatto in particolare lo vedesse e lo leggesse?

E quindi Giacomo e Lea si incontrano nuovamente a Roma: hanno nuovi ruoli, sono cresciuti, ma riemerge la voglia di scoprire cosa è accaduto negli anni di separazione, e l’unico modo per spiare la vita dell’altro, per capire cosa è accaduto in questi anni, per trovare risposte a domande che si fatica a porgere di persona, per paura di tradire, è andare a guardarle sui social network.

Ma c’è la paura di farlo, per non aprire un vaso di Pandora:

“Il profilo di Giacomo su Facebook è una voragine di ricordi scanditi da un ritmo pericoloso e lento. Una scatola che preferisce non aprire”

Ma è anche una droga, come per tutti noi, e alla fine Lea non può resistere e quelle pagine virtuali riprende a scorrerle, divorata dalla necessità di capire se lui in questi anni è cambiato, se è fidanzato, sposato, cosa ha fatto e cosa ha pensato.

Siamo tutti un po’ come Lea nel nostro quotidiano: almeno una volta nella vita ci è capitato di comportarci come si è comportata lei.

Anche chi non lo ammette. Anche chi non ha una pagina Facebook. Anche chi ce l’ha ma non pubblica mai niente. Tutti, almeno una volta, abbiamo “spiato”. Ammettiamolo.

Non c’è bisogno di pubblicare per spiare.

Ed è bello appurare come la letteratura evolve con la società, mettendo in luce nei secoli quelli che sono i cambiamenti e facendoli vivere ai protagonisti dei libri.

Siamo tutti un po’ Lea oggi, così come forse, i nostri nonni, somigliavano più a Jake Barnes con i suoi telegrammi.

 

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La democrazia è morta, Viva la democrazia! (Forse)

La storia culturale e politica dell’Occidente, dall’Illuminismo in poi, è la testimonianza di una lunga e (purtroppo) dolorosa lotta per l’affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo e per l’instaurazione di regimi politici stabili. Sistemi di governo che oggi definiremmo, quasi con sincero affetto, “democratici”. Eppure, il quadro sociale degli ultimi decenni potrebbe suonare come un pericoloso campanello d’allarme, a suggerirlo Roberto Stefan Foa – ricercatore per il World Values Survey – e Yascha Mounklecturer di teoria politica ad Harvard University. Infatti, secondo il loro paper dal titolo “The Democratic Disconnect, emerge che, per la generazione dei cosiddetti “Millennials” (i nati dai primi anni ’80 del secolo scorso ai primi anni 2000) il valore del concetto di democrazia è in forte ribasso. Anzi, sembra proprio che il frutto di secoli di pensiero liberale non sia poi così cool.

È essenziale vivere in un Paese governato democraticamente?

Questo quesito, la cui risposta risulta apparentemente banale, è solo uno degli inquietanti interrogativi provenienti dal World Values Survey (da ora in poi “WVS”) un ambizioso questionario di ricerca internazionale che dal 1981 con cadenza annuale mira ad aiutare studiosi, sociologi, economisti e politici nella comprensione dei cambiamenti di pensiero, dei valori e delle motivazioni sociali degli abitanti del mondo, coprendo circa il 90% della popolazione mondiale. Sulla base dei dati del WVS estrapolati da Foa e Mounk, possiamo dare risposta alla domanda che apre questo paragrafo: ebbene, se il 72% dei cittadini americani nati prima della Seconda Guerra Mondiale considera “essenziale” vivere in uno Stato democratico, ecco che i Millennials si attestano su una percentuale del 30%.

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Come si evince dal grafico in figura, il dato europeo è leggermente più confortante ma, sfortunatamente, c’è di più. La democrazia come sistema politico e di diritti civili è addirittura vista come un “cattivo” o “molto cattivo” modo di governare un Paese: è così per il 24% dei Millennials americani e per il 13% dei loro coetanei europei (della fascia 16-24 anni), percentuale che in Europa è cresciuta dell’8% rispetto ai dati estrapolati dai giovani intervistati vent’anni fa (appartenenti alla stessa fascia).

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Estremismo politico ed alternative populiste? Si, grazie!

Se la democrazia ha perso appeal presso i giovani, è soprattutto dovuto al fatto che oggi, i Millennials, probabilmente non conoscono nemmeno il reale significato della parola. Non a caso, tra gli appartenenti alla fascia d’età 16-35 anni, in Europa solo il 38% dichiara di essere interessato alla politica. Va da sé che se l’esercizio del diritto di voto assomiglia sempre più ad uno scomodo privilegio e se la militanza diretta in un partito sembra roba d’altri tempi, è facile intuire come il giovane adulto medio oggi non abbia neanche idea dell’importanza dei valori civili ed umani che sono tutelati solo da una democrazia stabile.

A completare questo quadro già di per sé agghiacciante, arriva la “pennellata” dell’estremismo. Nel 1995, appena un cittadino americano su sedici riteneva che fosse “positivo” o addirittura “molto positivo” che fosse l’esercito a governare il Paese. Oggi, la pensa così una persona su sei. Per rincarare la dose, in Europa appena il 36% dei Millennials considera sbagliato che un esercito effettui un colpo di Stato per sopperire all’incompetenza di un governo regolarmente eletto in modo democratico.

Come rilevano anche Foa e Mounk nel loro studio, un’ipotesi ingenuamente ottimista risiede nel pensare che i giovani siano più aperti ad un regime militare/autoritario perché nessuno, tra gli appartenenti alla fascia d’età dei Millennials, ha memoria di un periodo buio per il mondo occidentale quale quello della Guerra Fredda. Sebbene da un punto di vista anagrafico sia certamente così, occorre purtroppo prendere coscienza di una realtà molto più scomoda.

Senza entrare nel merito della decisione presa dagli elettori britannici con il referendum sulla “Brexit”, è comprovato che in quella circostanza la partecipazione giovanile è stata pressoché nulla. Un disinteresse quasi totale verso un tema di inestimabile importanza politica, economica e sociale come l’uscita dall’Unione Europea. Nella migliore delle ipotesi, il Millennial che oggi abbraccia un’ideologia (ammesso che ne esistano ancora), opta per una soluzione anti-politica, contro l’establishment e contro i polverosi schemi di ogni classe dirigente. Nella peggiore, abbraccia la xenofobia e il pericoloso sentimento di odio verso tutto ciò che è diverso. Per fortuna esistono le eccezioni, per citarne una su tutte il caso americano di Bernie Sanders che, nonostante la sconfitta alle Primarie del Partito Democratico, è stata una delle figure politiche recentemente più amate dai giovani. Un politico che incarna dei valori ben precisi in cui immedesimarsi, un personaggio umano.

In fin dei conti, la ricetta per riportare i giovani “all’ovile” forse è più semplice di ciò che si pensi: meno urla e più umanità, contenuti veri per guidare un Paese e un’idea di meritocrazia alla base dell’esercizio del potere. D’altronde, non è forse questa la massima realizzazione della politica e, in senso lato, di una democrazia?

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Rassegna stampa o monitoraggio web?

“Quando è avvenuto il passaggio dalla consegna tradizionale della rassegna stampa, alla consegna digitale via mail con piattaforma online?”. Questa è la domanda che mi ha posto recentemente un nostro cliente affezionato: dopo una ricerca approfondita ho scoperto che si trattava dei primi anni 2000.

Per far questo il passaggio al formato digitale era iniziato necessariamente molto prima, già nel 1995. Direi un ottimo tempo di reazione per una società nata nel 1901!

Abbiamo così implementato il monitoraggio di stampa, radio e televisione, includendo anche le fonti web.

Questo ha inevitabilmente accelerato il rinnovamento di tutto il settore della comunicazione in Italia.

Cosa è cambiato per i professionisti della comunicazione e per gli uffici stampa? Cosa invece è rimasto uguale?

Motori di ricerca e monitoraggio web

Dire che i motori di ricerca e il monitoraggio web hanno cambiato il modo in cui i professionisti della comunicazione lavorano oggi è un eufemismo. Ogni aspetto del loro lavoro é stato radicalmente ridefinito.

Il monitoraggio online ha fatto sì che gli articoli possano essere trovati in modo immediato. Ma se anche le notizie vengono raccolte in modo rapido, il volume della quantità di articoli ha reso più difficile rintracciare le informazioni rilevanti.

Sono nati tantissimi servizi di ricerca e monitoraggio web, progettati per trovare articoli online in modo intuitivo. Tra i nostri clienti c’è stato chi ha chiuso il monitoraggio dicendoci che d’ora in poi Google News sarebbe stato sufficiente per chiunque.

Fortunatamente non è andata così. Ed ecco alcune delle motivazioni per cui, anche per il solo moniotraggio online, il fai da te non è mai raccomandabile.

Il know how

Il volume del materiale presente sul web per qualsiasi termine di ricerca è sterminato e conterrà sempre notizie irrilevanti e superflue. Senza un sistema di catalogazione accurato è impossibile essere altrettanto precisi nella selezione delle fonti rilevanti, che variano a seconda delle necessità e dei settori di interesse.

Affinchè la catalogazione sia efficace è fondamentale un know how approfondito del panorama globale dei media: non qualcosa di automatizzato quindi ma piuttosto un lavoro di squadra costante che mantenga categorie e filtri aggiornati.

La stampa resiste

Diverse pubblicazioni appaiono esclusivamente sulla stampa, o presentano versioni e contenuti diversi sulle loro proprietà on-line rispetto a quelle cartacee. In altri casi i contenuti online sono disponibili solo a pagamento e non compaiono altrove. Anche se le pubblicazioni solo su carta non sono così comuni, possono essere di particolare importanza per alcuni clienti.

La stampa continua a svolgere un ruolo importante a livello internazionale, dal momento che ci sono ancora un sacco di pubblicazioni che non sono interamente online. Qualsiasi azienda che stia cercando di espandere la propria rete di clienti o dipendenti  in altri paesi, dovrebbe indagare ed essere consapevole del ruolo che la stampa gioca in ciascuno dei mercati di riferimento.

Verifica delle fonti

Come può un’agenzia di PR giustificare un prezzo elevato al cliente in modo relativamente facile? Con una rassegna stampa e un monitoraggio web senza sbavature. Per questo è saggio investire del tempo nella verifica di quali pubblicazioni siano importanti per il cliente prima di impostare il servizio di monitoraggio. Può essere costoso e time consuming utilizzare un tool di ricerca online, per scoprire poi che il monitoraggio non copre quella particolare pubblicazione importante per il cliente. Ancora più frustrante sarebbe scoprire che la pubblicazione ha una presenza online, ma non può essere aggiunta al servizio scelto.

Significherebbe dover tornare a controllare quei contenuti ogni giorno per evitare di perdersi qualcosa di importante. Considerare tutte le variabili prima di partire con un nuovo progetto di comunicazione è importante.

Per molti clienti, in particolare quelli che operano in settori di nicchia è improbabile che il monitoraggio della stampa potrà mai diventare superfluo.

Come scegliere?

E’ più importante risparmiare sul budget per la rassegna stampa o utilizzare quel tempo per curare i dettagli e dare spazio alla creatività?

Quello che è certo è che con ore in più da dedicare alla creatività e ai dettagli della vostra campagna l’eco sui media può incrementare in modo drammatico.

 

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