Antonio Fomez, un Artista poliedrico

Antonio Fomez, pittore, scultore e poeta di fama internazionale, ci ha accolto nel suo studio milanese per rilasciarci un’intervista. Il suo abbonamento a L’Eco della Stampa continua ininterrotto dal 1952, non capita certo tutti i giorni di trovare un cliente così affezionato.

Percorrere i corridoi e le stanze di questo studio è come fare un tuffo in epoche e correnti diverse, partendo dal futurismo per arrivare alla pop art.

Maestro Fomez, quando ha iniziato a percepire la necessità di monitorare la stampa?

A.F. “Ero residente a Napoli e come tutti i giovani artisti ho iniziato ad esporre in spazi pubblici e privati. La stampa ha iniziato a parlare di me, successivamente anche alcuni critici lo hanno fatto invitandomi a diverse esposizioni, pubbliche e private: da lì ho capito che era fondamentale sapere chi parlava di me.”

Quali opere ricorda maggiormente degli anni ’60 e ’70?

A.F. “Non è facile rispondere ad una tale domanda, perché la mia attenzione, più che sulla critica o sul mercato, è stata sempre rivolta al lavoro ed alla ricerca e, come si evince dai cicli, ho spesso realizzato opere nuove.

A Milano suscitai un grandissimo interesse negli anni ’60 quando, dopo l’informale-materico passai ad un nuovo tipo di figurazione, essendo tra i primissimi non solo in Italia, ad utilizzare il linguaggio della pop-art. A differenza di Liechtenstein, che ingrandiva fortemente l’immagine e per tutta la vita lo ha fatto, come tantissimi altri artisti ripetitivi, ho sempre cercato nuove idee da sviluppare. Da parte mia, l’utilizzo del fumetto e delle icone consumistiche, ha lo scopo di rimandare al produttore tali immagini, con un gioco ironico. Mi è difficile indicare una sola o due sole opere.

Mentre nella prima metà degli anni ’70 preparai sei mini opere che saranno riprodotte sulle “Bustine di Minerva”, per conto dalla Saffa di Magenta (Milano) e nello stesso periodo (giugno 1974) partecipai ad un programma televisivo della Rai: “Non tocchiamo quel tasto”, condotto da Enrico Simonetti e Valeria Fabrizi, durante il quale improvvisai in diretta la dissacrazione della Gioconda di Leonardo”

La mostra più importante realizzata?

A.F. “Elenco le tre mostre che ritengo tra le più rappresentative. La prima è un’Antologica al Museo di Gallarate (ora Maga), nel 1985 (testi di Barletta, Del Guercio, Di Genova, Zanella, Fomez, Dorfles, Eco, Fagone, Gualdoni, Menna, Sanguineti e Vergine ); segue un’altra Antologia al Museo di Pietrarsa di Portici “Benvenuti a Portici”, nel 1997( testi di testi di Gillo Dorfles, Umberto Eco e Vincenzo Trione), in uno spazio fantastico, dove presento per la prima volta le sculture” Serpenti & Parenti”la terza è la mostra “Tavole imbandite con Santini”del 1986, al Sagrato del Duomo di Milano (testi di Dorfles e Eco).”

Come si può definire la sua ricerca attuale?

A.F. “Negli ultimi lavori il mio interesse è rivolto al già fatto, rinunciando all’invenzione, ma, un’altra via percorribile potrebbe essere quella di non creare niente e magari pescare idee dall’immondizia. Probabilmente anch’io non conosco la risposta alla tua domanda: se non è facile per gli altri etichettarmi, si figuri se sono in grado di farlo io.”

Ci sono dei ricordi particolari che la legano a L’Eco della Stampa?

A.F. “Beh certamente, nei primi anni 60 in Italia nell’ambiente degli artisti c’era l’abitudine di fare il cambio merci, cioè opere in cambio di prestazioni. Così io ho trovato nella famiglia Frugiuele degli amanti dell’arte e per molti anni ho ricambiato con i quadri il monitoraggio dei media.”

Ringraziamo il Maestro Fomez per questa intervista e attendiamo impazienti la sua prossima mostra.