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Categoria: Marketing e Comunicazione

Crisis management, Marchionne sale in cattedra per FCA

Dopo la crisi Volkswagen, che abbiamo già analizzato qui, è giunta l’ora di Fiat Chrysler Automobiles.

L’EPA, Environmental Protection Agency, ha comunicato ieri che FCA ha illegalmente installato un software per truccare le emssioni su circa 104.000 pickup e SUV.

Sembra che siano stati installati otto diversi software su questi veicoli, causando la fuoriuscita di emissioni nocive di ossido di azoto.

“Questa è una violazione grave e manifesta del Clean Air Act”, ha detto Cynthia Giles, assistente amministratore per l’Office of Enforcement and Compliance Assurance dell’EPA. “Non vi è alcun dubbio che stanno contribuendo all’inquinamento illegale”.

Sergio Marchionne ha risposto subito all’EPA contattando i media con grande tempismo.

Nelle sue dichiarazioni si è dimostrato offeso dagli attacchi dell’agenzia “incredibilmente belligeranti” verso il settore automotive. Ha sostenuto che FCA non ha fatto nulla illegalmente, cercando di dissipare qualsiasi confronto con la crisi di Volkswagen.

“Non c’è nulla in comune fra la realtà Volkswagen e quello di cui stiamo discutendo qui,” ha detto. La definisce “una sciocchezza assoluta” e accusa chi non è d’accordo con lui “di fumare sostanze illegali”.

Ha insistito sul fatto poi che Fiat Chrysler è stata sempre onesta e trasparente: “Stiamo cercando di fare un lavoro onesto. Non stiamo cercando di infrangere la legge”.

Marchionne ha anche respinto l’idea che siano stati dipendenti disonesti a tramare per causare la violazione delle leggi di EPA. “Se avessi trovato un tipo del genere, lo avrei appeso alla porta”.

Questo intervento quasi furente ma con un ottimo tempismo ha aiutato a ridimensionare uno scandalo che altrimenti poteva esplodere in misura ancora maggiore.

Se le prime dichiarazioni fossero giunte dopo la stesura degli articoli più pesanti, pochi  le avrebbero considerate ed avrebbero comunque avuto un’accoglienza peggiore.

Invece molti analisti si sono schierati a favore di FCA, rimarcando la netta differnza con il caso Volkswagen.

Fiat Chrysler ha comunicato di aver proposto ad EPA di voler sviluppare correzioni al software per “migliorare ulteriormente le prestazioni di emissioni”, perché intende “risolvere la questione modo giusto ed equo”.

Nei test di laboratorio, i veicoli FCA sono conformi allo standard, ma ad alta velocità e nella guida estesa, violano i regolamenti.

L’EPA ha detto di aver scoperto le presunte violazioni espandendo i suoi test sulle prestazioni dopo lo scandalo Volkswagen.

L’autorità può multare le case automobilistiche fino a 44 dollari per veicolo per le peggiori violazioni del Clean Air Act nel caso che il software installato sui veicoli si qualifichi come “impianto di manipolazione” illegale ai sensi delle leggi degli Stati Uniti.

Volkswagen nel frattempo ha ammesso di aver aggirato le leggi di emissioni su più di mezzo milione di veicoli e ha accettato di insediamenti civili e penali per un totale di quasi 22 miliardi di dollari.

“Per essere onesto, penso che questo caso sia stato gonfiato a dismisura”, ha detto Marchionne. “Trovo che questo sia una bizzarra caratterizzazione delle attività di FCA, e difenderemo il nostro comportamento”.

C’è da dire che, a differenza del caso Volkswagen, l’EPA non ha ordinato Fiat Chrysler di fermare le vendite di veicoli diesel accusati di violazioni.

Non è la prima volta che Marchionne prende una posizione combattiva contro un’agenzia di regolamentazione federale. Lo aveva già fatto contro la National Highway Traffic Safety Administration che nel 2013 aveva raccomandato un richiamo di 2,7 milioni di Jeep SUV per i serbatoi potenzialmente pericolosi.

Si tratta quindi di una strategia già adottata, che abbinata al tempismo della comunicazione sembra mantenere il controllo della situazione in modo molto efficace.

 

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Zuckerberg e i buoni propositi per il 2017

Come uscire dalla propria “comfort zone” nel 2017? “Visitare tutti gli stati  americani parlando con più gente possibile”.

Questo è quanto Zuckerberg ha presentato come una delle sue risoluzioni per il nuovo anno, cioè gli impegni che prende con se stesso, e in genere mantiene, come quello preso in passato di imparare il mandarino.

Per decenni la tecnologia e la globalizzazione ci hanno reso più produttivi e connessi. Questo ha creato molti vantaggi ma per molti ha anche reso la vita più difficile contribuendo al più grande senso di divisione mai visto in vita mia. Dobbiamo trovare come cambiare le regole del gioco in modo che funzioni per tutti.

Una causa davvero nobile che ha portato a ipotizzare una discesa in politica del fondatore di Facebook.

Si tratta anche di un cambiamento notevole nella sua strategia di comunicazione in quanto personaggio pubblico.

Proviamo a comparare la frase di seguito con la famosissima immagine di Mark che passeggia in mezzo al pubblico al Mobile World Congress di Barcelona tenutosi a Febbraio 2016.

3 Gennaio 2017: “Dopo un anno tumultuoso, la mia speranza imboccando questa sfida è di uscire dagli schemi e parlare con più persone possibili di come vedono la vita di tutti i giorni, il lavoro e i pensieri per il futuro.”

21 Febbraio 2016

Mark all’epoca aveva condiviso la foto dal suo profilo ufficiale.

Sia la foto in se sia il fatto che lui l’abbia ritenuta così bella da pubblicarla sul suo profilo hanno probabilmente danneggiato la sua immagine, accostandolo pericolosamente alla figura di un guru che manipola le menti inermi degli spettatori.

Ma andiamo per gradi seguendo gli ultimi sviluppi del pensiero di Zuckerberg dopo le sorprendenti elezioni americane e lo scandalo delle notizie false su Facbook.

Dopo la vittoria di Trump, Mark ha dapprima ignorato le critiche sulle notizie false che avrebbero aiutato Donald, ma si è poi mobilitato per correggerle.

Qualche settimana fa non è andato alla riunione che il presidente eletto ha tenuto con diversi leader della Silicon Valley, per siglare la pace post elettorale e lavorare insieme per il futuro del paese.

Mark ha anche rivelato di non essere più ateo. Ora si considera ebraico e ritiene che la religione abbia un ruolo importante nelle vite degli esseri umani.

Sembra in effetti in corso una profonda evoluzione personale anche se è comunque difficile ipotizzare una sua discesa in politica.

Speriamo davvero che tutto questo sia autentico e che il processo di umanizzazione si rifletta negli sviluppi  futuri del suo progetto numero 1, ovvero Facebook.

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L’auto “verde” seduce gli italiani

I motori ecologici sono il tema più trattato sui media in relazione all’auto, alla sicurezza stradale dedicati solo 1/5 degli spazi riservati all’auto green

Le auto ecologiche sono il chiodo fisso degli italiani: anche se pochi le acquistano, tutti vogliono conoscerle e saperne di più. Benché infatti i veicoli ibridi ed elettici siano solo il 2,2% di quelli immatricolati nel Paese nell’ultimo anno[1], l’alimentazione “pulita” rappresenta il tema di cui si è parlato di più sui media nel 2016 in relazione al settore automobilistico. I motori green hanno generato più interesse della tecnologia in auto e soprattutto della sicurezza stradale che, pur rappresentando un’emergenza sociale con 3.428 vittime solo nell’ultimo anno[2], ha fatto registrare un’attenzione molto inferiore. È quanto emerge da uno studio sul settore automotive condotto in occasione del Motor Show di Bologna dal  nostro team di monitoraggio ed analisi, che ha considerato tutti gli articoli apparsi sulle principali pubblicazioni stampa e web nel corso dell’anno[3].

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Motori ecologici: elettrico su tutti.

Sono stati oltre 187.000 gli articoli che giornali e siti web hanno dedicato, da gennaio a oggi, alle auto ecologiche. In particolare a generare interesse è soprattutto l’alimentazione elettrica, citata in ben 78.218 articoli. Ampio spazio anche alla futuristica auto solare, con 19.471 pezzi. Seguono i carburanti alternativi più diffusi, metano e GPL, rispettivamente a quota 6.394 e 5.723. All’idrogeno sono dedicati 3.301 articoli.

Tecnologia: curiosità per la guida autonoma.

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I social network tra le pagine dei romanzi

Jake Barnes e Robert Cohn comunicavano attraverso telegrammi. Erano gli anni ’20 del ‘900 quando sulle pagine di Fiesta Ernest Hemingway sceglieva il telegramma come mezzo di comunicazione dei suoi personaggi, che lo usavano spesso durante il corso della storia, per darsi appuntamento. E proprio con un telegramma termina il libro, quando Brett chiede a Jake di raggiungerla a Madrid per raccontargli che lei ed il giovane torero si sono lasciati.

Gli anni passano, e quasi un secolo dopo Cecilia Ahern dedica un intero libero alla comunicazione via email tra i due protagonisti, Rosie e Alex, in Scrivimi Ancora.

Ma anche la mail è superata, oggi.

Ho appena terminato di leggere Equazione di un amore di Simona Sparaco, commovente romanzo edito da Giunti Editore: la protagonista è Lea, una giovane donna (la definisco giovane perché ha la mia età!) aspirante scrittrice, si è sposata con un avvocato tanto fissato con la carriera quanto premuroso con lei, Vittorio, e per seguirlo si è trasferita da Roma a Singapore. Terminato ed inviato il suo primo romanzo a molte case editrici italiane, viene convocata da una di queste per firmare un contratto e lì incontra Giacomo, il ragazzino introverso per cui ha pianto alle superiori, il ragazzo che l’ha sedotta e abbandonata all’Università, la particella a lei affine:

“In fisica quantistica, se due particelle interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separate, non possono più essere descritte come due entità distinte, perché tutto quello che accade a una continua a influenzare il destino dell’altra. Anche ad anni luce di distanza.”

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Sono i social network ad avere un ruolo predominante tra le pagine del libro, specchio della vita dei protagonisti; Bianca, amica del cuore di Lea, scopre che anche se sono passati anni Lea non ha dimenticato quel suo primo amore, e ha continuato a cibarsi di informazioni su di lui attraverso le pagine dei social: Continua a leggere I social network tra le pagine dei romanzi

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Rassegna stampa o monitoraggio web?

“Quando è avvenuto il passaggio dalla consegna tradizionale della rassegna stampa, alla consegna digitale via mail con piattaforma online?”. Questa è la domanda che mi ha posto recentemente un nostro cliente affezionato: dopo una ricerca approfondita ho scoperto che si trattava dei primi anni 2000.

Per far questo il passaggio al formato digitale era iniziato necessariamente molto prima, già nel 1995. Direi un ottimo tempo di reazione per una società nata nel 1901!

Abbiamo così implementato il monitoraggio di stampa, radio e televisione, includendo anche le fonti web.

Questo ha inevitabilmente accelerato il rinnovamento di tutto il settore della comunicazione in Italia.

Cosa è cambiato per i professionisti della comunicazione e per gli uffici stampa? Cosa invece è rimasto uguale?

Motori di ricerca e monitoraggio web

Dire che i motori di ricerca e il monitoraggio web hanno cambiato il modo in cui i professionisti della comunicazione lavorano oggi è un eufemismo. Ogni aspetto del loro lavoro é stato radicalmente ridefinito.

Il monitoraggio online ha fatto sì che gli articoli possano essere trovati in modo immediato. Ma se anche le notizie vengono raccolte in modo rapido, il volume della quantità di articoli ha reso più difficile rintracciare le informazioni rilevanti.

Sono nati tantissimi servizi di ricerca e monitoraggio web, progettati per trovare articoli online in modo intuitivo. Tra i nostri clienti c’è stato chi ha chiuso il monitoraggio dicendoci che d’ora in poi Google News sarebbe stato sufficiente per chiunque.

Fortunatamente non è andata così. Ed ecco alcune delle motivazioni per cui, anche per il solo moniotraggio online, il fai da te non è mai raccomandabile.

Il know how

Il volume del materiale presente sul web per qualsiasi termine di ricerca è sterminato e conterrà sempre notizie irrilevanti e superflue. Senza un sistema di catalogazione accurato è impossibile essere altrettanto precisi nella selezione delle fonti rilevanti, che variano a seconda delle necessità e dei settori di interesse.

Affinchè la catalogazione sia efficace è fondamentale un know how approfondito del panorama globale dei media: non qualcosa di automatizzato quindi ma piuttosto un lavoro di squadra costante che mantenga categorie e filtri aggiornati.

La stampa resiste

Diverse pubblicazioni appaiono esclusivamente sulla stampa, o presentano versioni e contenuti diversi sulle loro proprietà on-line rispetto a quelle cartacee. In altri casi i contenuti online sono disponibili solo a pagamento e non compaiono altrove. Anche se le pubblicazioni solo su carta non sono così comuni, possono essere di particolare importanza per alcuni clienti.

La stampa continua a svolgere un ruolo importante a livello internazionale, dal momento che ci sono ancora un sacco di pubblicazioni che non sono interamente online. Qualsiasi azienda che stia cercando di espandere la propria rete di clienti o dipendenti  in altri paesi, dovrebbe indagare ed essere consapevole del ruolo che la stampa gioca in ciascuno dei mercati di riferimento.

Verifica delle fonti

Come può un’agenzia di PR giustificare un prezzo elevato al cliente in modo relativamente facile? Con una rassegna stampa e un monitoraggio web senza sbavature. Per questo è saggio investire del tempo nella verifica di quali pubblicazioni siano importanti per il cliente prima di impostare il servizio di monitoraggio. Può essere costoso e time consuming utilizzare un tool di ricerca online, per scoprire poi che il monitoraggio non copre quella particolare pubblicazione importante per il cliente. Ancora più frustrante sarebbe scoprire che la pubblicazione ha una presenza online, ma non può essere aggiunta al servizio scelto.

Significherebbe dover tornare a controllare quei contenuti ogni giorno per evitare di perdersi qualcosa di importante. Considerare tutte le variabili prima di partire con un nuovo progetto di comunicazione è importante.

Per molti clienti, in particolare quelli che operano in settori di nicchia è improbabile che il monitoraggio della stampa potrà mai diventare superfluo.

Come scegliere?

E’ più importante risparmiare sul budget per la rassegna stampa o utilizzare quel tempo per curare i dettagli e dare spazio alla creatività?

Quello che è certo è che con ore in più da dedicare alla creatività e ai dettagli della vostra campagna l’eco sui media può incrementare in modo drammatico.

 

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Video Killed The Radio Star?

1° agosto 1981 ore 00.01: MTV va in onda negli Stati Uniti trasmettendo il suo primo videoclip. Scelto non a caso come canzone-manifesto, il brano dei The Buggles profetizzava la fine delle star radiofoniche a favore di quelle televisive, le parola e le note sostituite inesorabilmente dall’immagine.mtv

Dopo 35 anni le radio sono più vive che mai, mentre MTV ha annullato la programmazione dei video musicali in favore di talk-show, reality-show e fiction.

Non solo, è talmente importante la crescita e l’impulso del settore radiofonico nell’industria 4.0, che Agcom sta spingendo affinché il Governo stabilisca una data certa per il Dab (Digital Audio Broadcasting). L’iniziativa è fortemente caldeggiata da StMicroelectronics, produttore nella divisione auto dei chip per la ricezione radio (ricordiamo che la maggior parte degli ascolti radiofonici avviene proprio in mobilità) e da Calearo fornitore dei sistemi di antenna per tutte le principali case automobilistiche mondiali.

Inoltre grandi investimenti si sono mossi dal punto di vista editoriale e pubblicitario con l’acquisizione recente da parte di Mediaset del gruppo Finelco, diventata di fatto proprietaria di Radio 105, Radio Montecarlo, Virgin Radio e Radio 101. La raccolta pubblicitaria costituisce il 74% delle entrate complessive dell’offerta radiofonica (fonte AGCOM).

La radio ha saputo rimanere al passo coi tempi, trasformarsi, adattarsi, reinventarsi, innestandosi perfettamente nell’era digitale, anzi crescendo sempre di più (grazie proprio allo sfruttamento di tutte le piattaforme disponibili: analogico, digitale, web, tablet, smartphone, tv). E’ cambiato lo strumento di ascolto (il classico elettrodomestico spesso integrato con la sveglia, la Top Table) per lasciare il posto ad uno strumento affine alla famiglia dell’elettronica di consumo, il cui supporto tecnologico ha favorito la crossmedialità tra il broadcast radiofonico, le piattaforme digitali per il podcasting e i social network (il tutto seguendo la logica dell’ascoltare, vedere e condividere).

video-killed-the-radio-star

La radio vive perché accompagna la giornata di ognuno di noi in tutti i suoi spostamenti, confermandosi compagna di sempre, fortemente in simbiosi con l’individuo e la società.

Radiomonitor ha pubblicato i dati di ascolto delle emittenti italiane nazionali e locali nel periodo gennaio-giugno 2016. In Italia sono 35,6 milioni gli ascoltatori quotidiani del mezzo, con un incremento sul 2015 pari all’1,9%. La top five risulta composta da Rtl102.5, Radio Deejay , Radio105. Rds rispetto al 2015 perde due posizioni, scivolando dalla seconda alla quarta piazza, seguita da Radio Italia stabile al quinto.

Questi dati parlano chiaro e ancora più chiaro parlano le canzoni, giacché 5 anni dopo l’uscita di Video Killed The Radio Star, i Queen risposero a colpi di rock con un vero e proprio inno nato per contrastare lo strapotere di MTV.  Una hit di quelle immortali che ancora oggi, in tutto il mondo, universalmente, si canta battendo le mani a tempo di musica: stiamo parlando di Radio Gaga.

Radio what’s new?
Radio, someone still loves you

 

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Giornalisti italiani sempre più social, ma la strada è ancora lunga

“Audit Italian Press” fotografa come i giornalisti italiani utilizzano i social network rispetto ai loro colleghi americani. La ricerca sarà riproposta a dicembre ai 18 mila iscritti di Giornalistisocial.it

“Audit Italian Press“ è un’indagine qualitativa dell’Istituto Ixè con il supporto di Encanto Public Relations.

L’anteprima della ricerca, indaga 50 casi in Italia confrontati con un campione negli Stati Uniti e Canada (raccolto da Cision), da cui emerge che i giornalisti utilizzano i social network in primis per promuovere il proprio lavoro (83% contro il 73% degli americani) e per costruire relazioni (54% contro il 73%). Solo in seconda battuta i social vengono utilizzati per monitorare l’opinione pubblica (52% contro il 64%) e secondariamente per trovare storie (41% contro il 52%), verificare i fatti e approfondire (41%).

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Le piattaforme più utilizzate sono quindi Facebook (87%), YouTube (70%) e Twitter (67%), mentre si prevede una crescita di rilievo soprattutto di Instagram e Snapchat. Per il rapporto di Cision, è Periscope a farla da padrone perché consente di accedere a trasmissioni live quando altri mezzi non sono a disposizione.

Informazioni verificate e diritti delle immagini?

Il 50% dei giornalisti ritiene i social fonti di informazione affidabili con la maggior fiducia assegnata dagli utilizzatori di YouTube, Instagram (piattaforme largamente visual) e Twitter.

Quasi univoca l’asserzione di pubblicare notizie verificate e complete (91%) piuttosto che inseguire lo scoop per essere i primi. Anche gli americani condividono questa posizione anche se una percentuale minoritaria ma più consistente che in Italia preferisce l’urgenza all’affidabilità.

Le immagini e i video utilizzati dai professionisti sono in larga parte ricavati da banche dati a pagamento o gratuite online. Il 25% dei giornalisti dichiara di utilizzare il materiale postato sui social.

Mobile friendly è la parola chiave

La tendenza dominante nell’industria editoriale è quella di adattare il format della testata per i dispositivi mobile (54%). Segue la necessità di offrire contenuti multimediali (41%), per raggiungere il target  “always on” che ha bisogno di una molteplicità di canali.

Sul futuro dell’advertising, ne individuano il futuro nella forma “native” mentre gli americani sono nel 47% dei casi  neutrali (e il 28% negativi).

Il rapporto fra giornalisti e professionisti della comunicazione non ha subito modifiche per il 48% degli intervistati, mentre in America sono il 66% a pensarlo.

Il 25% dei giornalisti italiani dichiara di fidarsi dei professionisti meno che in passato e il 20% invece ha aumentato la fiducia.

Per quel che riguarda le fonti, la preferenza è sempre per il tradizionale comunicato stampa, seguito da immagini/video/sondaggi, dati, studi che facilmente possano essere “notiziati”. Il canale di comunicazione preferito resta la posta elettronica offrendo un testo già completo a uso del giornalista.

Futuro ed incognite

E’ pari al 43% la percentuale di giornalisti che dichiara di sentirsi, in alcune occasioni, obsoleto e poco al passo con i tempi. Curiosamente, il dato non sembra correlato all’età.

Probabilmente la sicurezza professionale dei giornalisti di “lungo corso” consente loro di restare aggiornati con le innovazioni tecnologiche che trasformano inevitabilmente la professione.

Il giornale cartaceo sembra avere ancora lunga vita per gran parte del campione: il 35% si dichiara sicuro che ci sarà ancora fra 10 anni, un ulteriore  48% ritiene che sia solo probabile. Tuttavia, il 61% dei giornalisti italiani non consiglierebbe ad un giovane di intraprendere la carriera di giornalista.

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Dopo una notte al museo è ora di passarci un mese intero!

Una delle mie coppie di attori preferiti è senza dubbio quella formata da Ben Stiller e Owen Wilson.

Ho seguito l’evoluzione di tutti i loro film, da “Zoolander” a “Starsky & Hutch”.

Nulla da eccepire anche per ciò che riguarda altri loro film non in coppia, come in “E alla fine arriva Polly”, dove Ben Stiller è marito tradito durante il viaggio di nozze, e poi nuovamente innamorato della simpatica Jennifer Aniston, o “Due single a nozze”, dove ancora Ben Stiller la fa da padrone accanto all’anello mancante del trio, Vince Vaughn.

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La Ford Gran Torino di Starsky & Hutch

Ma tornando alla coppia Stiller-Wilson come dimenticare uno dei loro film più fantasiosi, a metà strada tra la commedia ed il fantasy, “Una notte al museo”?

Il film, del 2006, per la regia di Shawn Levy, ha poi avuto due seguiti: Una notte al museo 2 – La fuga (2009) e Notte al museo – Il segreto del faraone (2014).

La trama racconta di Larry Daley, un simpatico divorziato, disoccupato, interpretato da Ben Stiller, che viene assunto come guardiano di un museo un po’ speciale. Infatti durante la notte i personaggi storici che lo popolano prendono vita. Ed è così che incontriamo Jedediah Smith, esploratore statunitense del 1800 interpretato da Owen Wilson, Theodore Roosevelt interpretato dal buon Robin Wilson in una delle sue ultime performance e Attila L’Unno alias l’attore Patrick Gallagher.

Come si sarebbe comportato Larry Daley sui social? Che foto avrebbe postato con l’hastags #ottobrealmuseo?

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, l’hastag appena citato è stato lanciato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo per promuovere i musei italiani sui social: da Ottobre in poi ogni mese avrà un tema dedicato, scelto sulla base della stagione, dell’attualità, di fenomeni di costume, di eventi di risalto nazionale e internazionale o traendo ispirazione dai capolavori del nostro patrimonio. Il tema di ottobre è l’uva, la vendemmia, il vino.

#ottobrealmuseo, quale opera scegliete?

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Mele e uva, olio su tela di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Sui canali social del Ministero e dei singoli Musei viene dato spazio per tutto il mese ad alcune opere capofila trasformate in locandine digitali, con il claim “Cerca le opere nei musei e condividile”. I visitatori sono invitati a una vera e propria caccia al tesoro digitale. Tutti, tramite il proprio smartphone potranno postare immagini di opere d’arte, condividendole con l’hashtag #ottobrealmuseo.

L’obiettivo è davvero originale: invadere i social con opere da tutta Italia, seguendo un filo rosso che unisce le straordinarie collezioni dei Musei Italiani.

L’abbiamo voluto fare anche noi, condividendo questo dipinto molto semplice e raffinato esposto al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci: “Mele e uva”, realizzato da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1889. 

Basta con le brutte notizie, diamo il nostro contributo per condividere ciò che rende celebre l’Italia nel mondo: l’arte e la bellezza!

 

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Virtual tour: così cambia il modo di viaggiare

Con il rientro dalle vacanze e la routine quotidiana che riprende, nulla è meglio per distrarsi un attimo e rinfrescarsi il cuore che dedicare qualche minuto a guardare i siti di località estive dove ci piacerebbe andare, anche solo con la mente.

Con la digitalizzazione è cambiato anche il modo di scegliere le vacanze: quando ero bambina si andava in agenzia di viaggi e si chiedevano informazioni su nuove mete; se invece si restava fedeli alla stessa località ricordo che con mia madre da un anno all’altro si prendeva nota dei “cartelli di affittasi” appesi nelle villette più interessanti al mare, o degli alberghi che piacevano di più, e si chiamavano verso l’inizio dell’anno nuovo.
Adesso invece, oltre alle foto che propone internet, c’è uno strumento ancora più performante e che ci cala direttamente nel luogo da sogno delle nostre vacanze: il virtual tour!

Lo utilizzo ormai da anni, ma ho capito quanto il modo di vivere delle nuove generazioni sia cambiato solo questa estate: ho mostrato a mio figlio di 4 anni il tour virtuale dell’Hotel al mare dove saremmo andati (a dire il vero lo abbiamo guardato insieme più e più volte, nell’attesa della tanto agognata vacanza) e, appena giunti sul posto, lui è corso tra i corridoi, ha ammirato la hall, e ha urlato, entusiasta: “è proprio come me lo aspettavo!”

Scompare quindi l’immaginazione del chissà come sarà, e prende posto la certezza del come è.

Ma chi ha inventato i virtual tour?

Pare che le origini del termine risalgono al 1994, quando fu creata la ricostruzione tri-dimensionale a computer di un castello, Il Dudley Castle, in Inghilterra così come era nel 1550. Fu così presentato dalla Regina Elisabetta II quando aprì il centro visitatori del castello e dal British Museum.
Il virtual tour è un percorso solitamente composto da una mappa o pianta, da una serie di fotografie tri-dimensionali, dette fotosferiche, eventualmente da qualche immagine bi-dimensionale e/o video. Talvolta alcuni confondono il video con il virtual tour ma il video è un percorso fisso già predefinito in partenza ed ha una durata temporale, mentre il virtual tour è un percorso messo a disposizione dell’utente che poi decide cosa vuole vedere e quando.

Oggi il virtual tour viene utilizzato non solo per i luoghi di vacanze, ma anche da negozi o agenzie immobiliari (quale modo migliore per far visitare gli appartamenti facendo risparmiare tempo ai possibili acquirenti?) o da altre realtà che vogliono sfruttare questo modello per stupire il pubblico.

Un esempio recente è il Waste Travel 360°, il primo viaggio virtuale nel mondo dei rifiuti e del riciclo. Si tratta di un progetto innovativo presentato nell’ambito del La Versiliana dei Piccoli: il virtual tour viene utilizzato per permettere all’utente di interagire direttamente con i materiali, dall’alluminio alla plastica, dal vetro al legno, dall’acciaio alla carta, proprio come in un videogioco. La stessa modalità sarà probabilmente sfruttata anche nelle scuole, e potrà avvicinare tutti a realtà lontane.

Un modo per viaggiare un po’, pur restando qui.

 

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Dal libro al film, delusione o nuova scoperta?

Dopo oltre un anno di attesa, sabato sera mi sono recata al cinema per la proiezione del film Io Prima di te diretto da Thea Sharrock, tratto dall’omonimo libro di Jojo Moyes.

Il libro mi era stato regalato nel 2014, ancor prima che la scrittrice annunciasse con un tweet che il suo capolavoro sarebbe diventato anche un film: da allora attendevo con curiosa trepidazione la trasposizione cinematografica.

A creare l’attesa è stata senza dubbio l’attività svolta sulla pagina Facebook @IoPrimaDiTeFilm che in pochi mesi ha raccolto 2 milioni di Like, postando foto e video in anteprima.

Devo dire che ho sempre avuto delle remore nel guardare film tratti da libri: ricordo ancora parecchie delusioni, perché le immagini che ci creiamo leggendo un libro non saranno mai le stesse che anche il regista avrà in testa.

Una delle prime “delusioni” in questo senso fu “Zona Morta”, un film del 1983 diretto da David Cronenberg, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King.

Non andai al cinema perché troppo piccola, ma vidi anni dopo la VHS e seppur adesso non ricordi perfettamente la trama ho indelebile in mente la delusione nel vedere  la trasposizione cinematografica.

Una delle ultime, invece, fu l’adattamento in miniserie televisiva del “Mondo senza fine” di Ken Follett: interessante dal punto di vista geografico (le riprese si sono svolte in Ungheria, Slovacchia e Austria) ma deludente per quanto concerne la storia, che viene stravolta in molti particolari rispetto al libro.

io prima di te

Con “Io prima di te”, invece, sono rimasta impressionata da quanto un film riesca a ricalcare le immagini che emergono dal libro. La trama, sceneggiata dalla stessa autrice del libro, è stata mantenuta perfettamente (tranne qualche taglio qua e là ma che non nuoce al filo del discorso) e gli attori scelti totalmente fedeli rispetto alla descrizione del libro: Emilia Clarke incarna perfettamente la simpatica Lou, e Sam Claflin è affascinante al punto giusto nel ruolo di Will Trainor.

Ma rispetto al semplice guardare un film tratto da un libro, oggi la fruizione non si ferma più qui.

Nell’era dei social media l’esperienza inizia in anticipo, con l’attesa sulle pagine dedicate, e prosegue nei giorni a seguire: se un film ti affascina e vuoi farlo sapere a tutti puoi postare sui social la tua presenza al cinema, commentando in diretta e creando un filo virtuale con le tue amicizie per condividere la tua opinione, scoprendo chi tra i tuoi contatti l’ha già guardato.

Puoi lanciare un tweet con hashtags per seguire quante migliaia di persone hanno avuto la tua stessa idea, e scoprire che su Instagram esistono decine di pagine dedicate al film.

Per rendere l’idea, su questo film in particolare solo su Instagram sono stati pubblicati 32.160 post con il solo Hastags in italiano, #ioprimadite, e 350.336 post con l’hastags in inglese #mebeforeyou, oltre ad esistere numerose pagine, tra ufficiali, non ufficiali, dedicate alle sole frasi, alle sole foto, ai singoli attori o all’autrice. Oltre alle migliaia di video su Youtube.

Siamo tutti parte di questa comunità, che si unisce a seconda dei gusti personali, per proseguire una conoscenza virtuale che ci fa sentire legati a qualcuno che non conosciamo, ma che ci è vicino perché ha provato le nostre stesse emozioni leggendo quelle parole, guardando quelle scene.

Sarebbe interessante immaginare il lancio di La Ciociara oggi, con un tweet di Moravia che avvisa della scelta Sofia Loren nel ruolo di Cesira.

Ma quelli erano altri tempi.

 

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