La nostra storia in rosa

8 Marzo 2016. Appena acceso il mio smartphone questa mattina sono stata bombardata di messaggini di donne ricchi di mimose, foto che ricordano l’8 marzo, la lotta femminile, provenienti da qualsiasi gruppo e da tutte le amiche, di ogni età.

Aprendo la mail personale, invece, mi arrivano pubblicità di cofanetti regalo per la Festa della Donna, centri benessere in cui festeggiare, profumi da regalare o – meglio – farsi regalare.

Con tenerezza associo la festa della Donna ad una mia frase che dissi da piccolina a mio padre, che ancora oggi i miei mi ricordano “Papà, hai comprato l’elemosina alla mamma?”, storpiando, come tipico dei bimbi piccoli, la parola mimosa in elemosina, creando ilarità generale nei ricordi di famiglia, per anni.

Ma se mi fermo a riflettere un attimo, tra le aziende che vantano un buon numero di quote rosa, ed altre che sfruttano questa festa per fare pubblicità, non posso non sorridere pensando che la realtà a me più vicina è proprio una di quelle più Donna, con la D maiuscola.

Se guardo all’azienda dove lavoro, infatti, posso dire che è strettamente femminile: negli anni ’60 a L’Eco della Stampa le dipendenti erano tutte donne, sia nello staff delle lettrici che nel taglio elettronico, ad imbustare i ritagli per i clienti.

Io non c’ero, non ero nemmeno nei pensieri dei miei genitori allora, ma immagino un grande stanzone impregnato dell’aria polverosa ma ricca di fascino che solo i giornali sanno dare, con all’interno decine e decine di donne intente a leggere, tagliare ed imbustare, seguite da una capo reparto, anch’essa indiscutibilmente donna, a coordinare.

Una grande famiglia in cui le donne entravano da giovani, crescevano, diventavano mamme e adulte, sempre con il sorriso. C’era, è c’è tutt’ora, uno scarsissimo turn over qui all’Eco.

Dai racconti di chi quei tempi li ha vissuti, o li ha sentiti raccontare, pare che ogni tanto, tra queste donne, facesse capolino l’unico dipendente uomo: Gianni, il fattorino, che con la sua Ape Piaggio azzurra (i colori aziendali) consegnava i ritagli ai clienti.

Quando ancora non c’era il traffico di oggi, c’era lui in giro per le vie della città, e la sua Ape veniva notata da tutti, perché quel logo “L’Eco della Stampa” non passava inosservato in una Milano anni ’60, una Milano da cartolina.

Ma perché erano tutte donne? Pare per due motivi: primo fra tutti la fedeltà, raccontata qui sopra. Le donne erano più fedeli all’azienda.

Ed anche per un motivo più scientifico: si pensava che l’emisfero delle donne fosse più performante per un lavoro come quello delle lettrici, che dovevano memorizzare centinaia di clienti e leggere in maniera mirata gli articoli, ricordando velocemente a chi inviarli.

Ciò spiega anche perché, con la digitalizzazione e l’evoluzione dell’azienda, sono entrati sempre più uomini qui a L’Eco della Stampa.

Anche se le donne restano comunque ancora la maggioranza (ad oggi 139 su 215) e moltissime in ruoli manageriali.

Del resto, le donne sono le migliori! Più rapide, riescono a fare cento cose insieme, sono simpatiche, responsabili…sì, è vero, come dice un noto libro magari non sanno leggere le cartine, ma hanno un qualcosa in più.

E poi, chi poteva firmare questo articolo se non una donna?