La democrazia è morta, Viva la democrazia! (Forse)

La storia culturale e politica dell’Occidente, dall’Illuminismo in poi, è la testimonianza di una lunga e (purtroppo) dolorosa lotta per l’affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo e per l’instaurazione di regimi politici stabili. Sistemi di governo che oggi definiremmo, quasi con sincero affetto, “democratici”. Eppure, il quadro sociale degli ultimi decenni potrebbe suonare come un pericoloso campanello d’allarme, a suggerirlo Roberto Stefan Foa – ricercatore per il World Values Survey – e Yascha Mounklecturer di teoria politica ad Harvard University. Infatti, secondo il loro paper dal titolo “The Democratic Disconnect, emerge che, per la generazione dei cosiddetti “Millennials” (i nati dai primi anni ’80 del secolo scorso ai primi anni 2000) il valore del concetto di democrazia è in forte ribasso. Anzi, sembra proprio che il frutto di secoli di pensiero liberale non sia poi così cool.

È essenziale vivere in un Paese governato democraticamente?

Questo quesito, la cui risposta risulta apparentemente banale, è solo uno degli inquietanti interrogativi provenienti dal World Values Survey (da ora in poi “WVS”) un ambizioso questionario di ricerca internazionale che dal 1981 con cadenza annuale mira ad aiutare studiosi, sociologi, economisti e politici nella comprensione dei cambiamenti di pensiero, dei valori e delle motivazioni sociali degli abitanti del mondo, coprendo circa il 90% della popolazione mondiale. Sulla base dei dati del WVS estrapolati da Foa e Mounk, possiamo dare risposta alla domanda che apre questo paragrafo: ebbene, se il 72% dei cittadini americani nati prima della Seconda Guerra Mondiale considera “essenziale” vivere in uno Stato democratico, ecco che i Millennials si attestano su una percentuale del 30%.

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Come si evince dal grafico in figura, il dato europeo è leggermente più confortante ma, sfortunatamente, c’è di più. La democrazia come sistema politico e di diritti civili è addirittura vista come un “cattivo” o “molto cattivo” modo di governare un Paese: è così per il 24% dei Millennials americani e per il 13% dei loro coetanei europei (della fascia 16-24 anni), percentuale che in Europa è cresciuta dell’8% rispetto ai dati estrapolati dai giovani intervistati vent’anni fa (appartenenti alla stessa fascia).

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Estremismo politico ed alternative populiste? Si, grazie!

Se la democrazia ha perso appeal presso i giovani, è soprattutto dovuto al fatto che oggi, i Millennials, probabilmente non conoscono nemmeno il reale significato della parola. Non a caso, tra gli appartenenti alla fascia d’età 16-35 anni, in Europa solo il 38% dichiara di essere interessato alla politica. Va da sé che se l’esercizio del diritto di voto assomiglia sempre più ad uno scomodo privilegio e se la militanza diretta in un partito sembra roba d’altri tempi, è facile intuire come il giovane adulto medio oggi non abbia neanche idea dell’importanza dei valori civili ed umani che sono tutelati solo da una democrazia stabile.

A completare questo quadro già di per sé agghiacciante, arriva la “pennellata” dell’estremismo. Nel 1995, appena un cittadino americano su sedici riteneva che fosse “positivo” o addirittura “molto positivo” che fosse l’esercito a governare il Paese. Oggi, la pensa così una persona su sei. Per rincarare la dose, in Europa appena il 36% dei Millennials considera sbagliato che un esercito effettui un colpo di Stato per sopperire all’incompetenza di un governo regolarmente eletto in modo democratico.

Come rilevano anche Foa e Mounk nel loro studio, un’ipotesi ingenuamente ottimista risiede nel pensare che i giovani siano più aperti ad un regime militare/autoritario perché nessuno, tra gli appartenenti alla fascia d’età dei Millennials, ha memoria di un periodo buio per il mondo occidentale quale quello della Guerra Fredda. Sebbene da un punto di vista anagrafico sia certamente così, occorre purtroppo prendere coscienza di una realtà molto più scomoda.

Senza entrare nel merito della decisione presa dagli elettori britannici con il referendum sulla “Brexit”, è comprovato che in quella circostanza la partecipazione giovanile è stata pressoché nulla. Un disinteresse quasi totale verso un tema di inestimabile importanza politica, economica e sociale come l’uscita dall’Unione Europea. Nella migliore delle ipotesi, il Millennial che oggi abbraccia un’ideologia (ammesso che ne esistano ancora), opta per una soluzione anti-politica, contro l’establishment e contro i polverosi schemi di ogni classe dirigente. Nella peggiore, abbraccia la xenofobia e il pericoloso sentimento di odio verso tutto ciò che è diverso. Per fortuna esistono le eccezioni, per citarne una su tutte il caso americano di Bernie Sanders che, nonostante la sconfitta alle Primarie del Partito Democratico, è stata una delle figure politiche recentemente più amate dai giovani. Un politico che incarna dei valori ben precisi in cui immedesimarsi, un personaggio umano.

In fin dei conti, la ricetta per riportare i giovani “all’ovile” forse è più semplice di ciò che si pensi: meno urla e più umanità, contenuti veri per guidare un Paese e un’idea di meritocrazia alla base dell’esercizio del potere. D’altronde, non è forse questa la massima realizzazione della politica e, in senso lato, di una democrazia?