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Stolperstein, perchè nella storia bisogna inciampare

Corriamo tutti, manca sempre il tempo, tutto scorre troppo velocemente… Notizie mordi e fuggi dove il titolo campeggia e racchiude in sé tutta la verità, comunicazione virtuale spesso vuota e fine a se stessa, attività continua senza sosta.

Allora forse occorre creare un ostacolo, qualcosa che ci porti lì l’attenzione, che ci obblighi a guardare lì. Per non dimenticare, per fermarci a riflettere quasi come se di colpo il tempo si fermasse e rimanessimo sospesi nel vuoto con il corpo fermo e finalmente la mente in movimento. Per rielaborare, introiettare e prendere coscienza di quanto successo, acquisendo così il ruolo specifico che abbiamo nella storia.

Questo è l’intento delle stolperstein, “pietre d’inciampo”, sparse in giro per l’Europa che riportano

la memoria all’orrore e alla spettralità di ciò che non si può descrivere, raccontare, ricordare mai abbastanza perché mai abbastanza il ricordo potrà essere così atroce come la realtà e la storia stessa sia stata.

 

 

 

Era il 1995 quando a Colonia fu posata la prima pietra, opera dell’artista tedesco Gunter Demnig. Da allora si sono diffuse in tutta Europa, circa 60 mila, davanti alle case dei deportati vittime dell’Olocausto.

Quest’anno finalmente anche Milano ha dato il suo contributo con la pietra ricoperta di ottone davanti all’abitazione di Alberto Segre in corso Magenta 55. Una pietra che testimonia la fissità, ciò che rimane nel tempo statico, indelebile, radicato: un nome, una data, un luogo davanti ai nostri piedi per ricordare a ciascuno di noi di reagire contro ogni tipo di negazionismo, revisionismo e oblìo.

Ancora oggi ci portiamo dentro il senso di colpa per l’Olocausto, divenuto paradigma di tutta la modernità e segno anche del suo definitivo declino. Resta esemplare in tal senso il libroModernità e Olocausto” del compianto Zygmunt Bauman, dove si sottolinea e denuncia ciò che non ha mai avuto precedenti nella storia: “l’industrializzazione della morte”. Il filosofo denunciava anche la triste eredità lasciata dal regime nazista, “l’industria della paura”. Paura dell’altro, il diverso, lo straniero, il migrante, colui che viene “da fuori”: paura atavica che minacciata l’identità.

Ma c’è da chiedersi quanto gli stranieri siano nemici proprio perché noi li rendiamo tali. I nazisti sono stati dei maestri nel creare la caricatura di un nemico, l’ebreo (ma anche zingari, omosessuali, malati di mente…) procedendo alla sua sistematica eliminazione.

Dobbiamo imparare dalla storia che laddove c’è stato incontro e fusione di culture c’è stata crescita, miglioramento, progresso e sopravvivenza. Incontro, confronto e dialogo sono le basi per la pace, contro la follia e il disprezzo per la vita.

E se è vero che non c’è epoca che meglio della globalizzazione abbia realizzato il significato della comunicazione, ossia mettere in comune, condividere con gli altri, partecipare insieme, oggi abbiamo voluto mettere questo bene in comune, la Memoria, e per 2 minuti di tempo che ci avete dedicato abbiamo voluto inciampare insieme a voi nella storia, per non dimenticare: mai.

 

Published in Arte e Società Società