Siamo ancora nell’epoca d’oro del documentario?

Nel 2018 sei documentari incassarono ognuno almeno 1.5 milioni di dollari al box office – e alcuni superarono i 20 milioni. Si tratta di RBGWon’t You Be My Neighbor?Three Identical StrangersWhitneyPope Francis: A Man of His Word, e Pandas. L’epoca d’oro o il Rinascimento, come qualcuno l’ha definito, del documentario, per molti è in piena fioritura, anche grazie alle piattaforme di video-streaming che ne facilitano la fruizione. A torto bistrattato e considerato noioso rispetto alle storie di finzione, il documentario è diventato un prodotto mainstream al quale anche i brand guardano con interesse. Ed è riuscito a rispondere in modo nuovo a uno dei più forti bisogni del nostro tempo: la fame di storie, di storie vere.

Il documentario nella narrative age

Il successo inaspettato di Buena Vista Social Club (Wim Wenders, 1999) e di Bowling a Columbine (Micheal Moore, 2002) ha segnato il panorama documentaristico internazionale. Maurizio Fantoni Minnella, nel suo libro Film documentario d’autore, afferma infatti che queste opere potrebbero aver addirittura fornito modelli e canoni per la generazione successiva. A emergere, piano piano, è un cinema del reale totalmente diverso da quello convenzionale. Ripensare il linguaggio avrebbe così portato a una rinascita del documentario.

La narrazione non-fiction tra nuove tecnologie ed evoluzioni

Nel 2010, The Guardian titolava Camera, laptop, action: the new golden age of documentary. Nell’articolo, Sean O’Hagan parlava della varietà di temi e stili dei 120 documentari presentati quell’anno allo Sheffield Doc/Fest. YouTube era nato da appena cinque anni, Netflix aveva da poco affiancato la piattaforma di video-streaming a pagamento al servizio di spedizione DVD per posta. Parallelamente, i mezzi e i modi di fare cinema documentario erano in veloce evoluzione, soprattutto tra i giovani autori. La diffusione di nuove tecnologie mobile, in grado di assicurare alta qualità, si era unita al bisogno di raccontare che vibrava nelle nuove generazioni. Questi erano alcuni dei motivi per cui il panorama della narrazione non-fiction stava cambiando. La nuova epoca d’oro del documentario era appena iniziata, e avrebbe trovato proprio nel video-streaming un alleato potente.

Il successo dei documentari in streaming è (anche) una questione di algoritmi?

Oggi, infatti, il 75% degli utenti di Netflix guarda documentari. Il dato sembrerebbe confermare il successo del genere che per molto tempo è stato considerato fratello minore del cinema. D’altro canto, l’algoritmo attraverso il quale la piattaforma statunitense consiglia agli utenti altri titoli da vedere agisce per vie misteriose. C’è chi ipotizza che possa di default proporre documentari anche se il genere non è tra quelli preferiti. Si tratta di un’ipotesi azzardata, ovviamente, della quale non ci sono conferme.

Quello ch invece è certo, è che Netflix è impegnata ormai in grandi produzioni, di fiction e documentari, che competono ormai con gli altri prodotti internazionali, in una guerra non dichiarata al mondo del cinema.

Una buona storia, ma non solo

Realizzare un buon documentario non è semplice. Nel raccontare la vita reale, il quotidiano, si può arrivare a un risultato ben diverso da ciò che si immaginava. Bisogna essere degli ottimi ascoltatori, prima di saper applicare tecniche narrative e saper utilizzare i mezzi tecnici. Come ogni forma di racconto, infatti, anche il documentario deve scatenare delle emozioni, attraverso le vicende e i personaggi, e deve essere studiato sulla base del pubblico al quale è destinato.

Video-streaming, costi contenuti e consapevolezza

La ricerca di storie e biografie straordinarie da portare su uno schermo, però, non è un elemento di per sé sufficiente a garantire il successo del cinema di non-fiction. Allo stesso modo, la facilità con cui se ne può fruire sulle piattaforme on demand non è la vera e sola ragione. L’epoca d’oro del documentario è il frutto dell’interazione di molti fattori, non ultimo la crescente consapevolezza sociale. Il pubblico non chiede solo una buona storia, ma vuole che si scavi a fondo nelle vicende, nessun dettaglio deve restare nell’ombra. La maggiore disponibilità di documentari ha poi determinato una crescita della domanda da parte del pubblico che li apprezza, e una contemporanea richiesta di maggiore qualità. Tuttavia, per la produzione non c’è bisogno di budget elevati come per il cinema e, nell’economia dei palinsesti di canali satellitari e televisivi che trasmettono 24 su 24, è normale trovarne numerosi, perché la resa è elevata, a fronte di un costo sostenibile.

Brand documentaries: il cinema del reale applicato al marketing

Il successo del genere documentario e la diffusione tra il grande pubblico hanno destato l’attenzione dei marketers. Se la parola storytelling è tra le più inflazionate (e spesso fraintese) dell’ultimo lustro, il mondo della comunicazione e della pubblicità ha colto subito le potenzialità che essa può avere all’interno del documentario. Nella febbrile ricerca di un racconto autentico, che trasmetta in modo indiretto i valori del brand e attiri il pubblico senza forzature, senza l’impatto del vecchio advertising, la non-fiction è il prodotto ideale. Sul sito del Content marketing Institute troviamo alcuni esempi ben riusciti di brand documenteries, ma possiamo citare anche Patagonia e il suo Be Unashamedly Honest. Dal fondatore, con la sua storia di amore per la montagna che lo ha portato a realizzare capi d’abbigliamento, ad appassionati clienti, tutto rispecchia la filosofia del marchio e parla al suo pubblico.

Dove va il cinema documentario?

Se di cultura popolare si può ancora parlare, il genere ne fa ora parte a tutti gli effetti, ed è lecito chiedersi se per entrare in questo Olimpo abbia accettato dei compromessi. L’epoca d’oro del documentario, inoltre, vale soltanto per un certo tipo di produzioni. Se pensiamo al nostro Paese, infatti, i nomi e la qualità non mancano, ma reperire alcuni titoli è impossibile, al di fuori di festival e piccole proiezioni. Netflix e il video-streaming non sono la panacea, anzi, il cinema del reale d’autore resta spesso fuori dai giochi e dai circuiti internazionali. Sospeso tra cinematografia e giornalismo, tra informazione e intrattenimento, il documentario dovrebbe idealmente essere un mix bilanciato di tutti e quattro gli elementi. Mentre le forme cambiano, si evolvono, l’augurio è che la sostanza arrivi mai a tradire se stessa.

 

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