Felici si diventa: intervista allo psicologo Marco Sacchelli

Per molto tempo, l’emozione è stata considerata un fattore disturbante, responsabile di modificare il processo decisionale, fondato su razionalità e coerenza. Oggi, al contrario, le neuroscienze insegnano che “Non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano” (Damasio, 1994).

Le emozioni sono parte di noi, imparare a conoscerle e a comunicarle è il primo passo per essere felici. Ne è convinto lo psicologo toscano Marco Sacchelli, classe 1993, specializzato a Lisbona in Educazione Positiva; come consulente, segue adulti ed adolescenti, organizza laboratori esperienziali per bambini, genitori ed insegnanti sulla comunicazione, la ricerca interiore, il gioco, la vocazione e la scoperta di se stessi.

L’educazione alla felicità

Sacchelli è autore del libro “I capricci fanno bene” e ha inventato Happiness on the road, la prima libreria itinerante specializzata in felicità. Con un’ape piena di volumi, Marco ha girato tutta la Versilia. Nelle piazze, negli stabilimenti balneari e nei parchi, l’eccentrico “libraio” ha organizzato incontri sulla felicità. Il progetto ha catturato l’attenzione dei media, finendo sui canali Rai, su TV2000 e sul quotidiano torinese La Stampa.

“Dopo tanto girovagare parlando di felicità, la felicità me la sono trovata in braccio”, spiega lo specialista. È una bambina di nome Asia, nata nel 2018. Ma non esiste una ricetta valida per tutti. Cerchiamo di capire perché.

Marco Sacchelli

Che cosa sono le emozioni? È cambiato il modo di provarle da quando siamo iper-connessi?

“Innanzitutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione, diceva Gauguin. E questo ci indica molto su cosa siano le emozioni. Sono una delle nostre prime risposte agli stimoli, alle situazioni che ogni giorno viviamo. È il nostro sistema emotivo, e non quello razionale, che ci spinge verso determinati sentieri. Non è una scelta ponderata quella di innamorarsi, né quella di intraprendere un viaggio intorno al mondo. La ragione subentra in seguito, si integra, ma è l’emozione a darci l’impulso di scegliere, cambiare, innovare. Il tipo di rapporto che abbiamo con le nostre emozioni definisce il nostro benessere. Riuscire a sapere riconoscere, sentire e gestire è quanto di più difficile possa esistere.

L’iper-connessione che viviamo al giorno d’oggi, sicuramente, ha una grande influenza sul modo che abbiamo di sperimentare le emozioni, soprattutto tra i più giovani. Lo schermo genera una falsa illusione di sicurezza, di distanziamento. Se, da una parte, questo permette una maggiore apertura, dall’altra, il pericolo è di allontanarsi troppo e di preferire modalità di condivisione a basso rischio. Ma si cresce rischiando, aprendoci agli altri e, soprattutto, correndo il rischio di sentire tutte le emozioni”.

Trascorrere troppo tempo davanti al computer o con lo smartphone può isolare dal contesto fisico?

“Sicuramente. Si stima che nel mondo ci siano più telefoni che persone e che le ore spese davanti ad uno schermo siano sempre in aumento. Il punto, credo, risiede nell’azione passiva che comporta l’utilizzo eccessivo dello smartphone o del computer. Questa passività si traduce in una ricerca della strada più immediata, più veloce. Perché andare al cinema se c’è Netflix? Perché parlare con un ragazzo o con una ragazza se c’è Instagram? Perché andare a mangiare fuori se c’è il delivery?

Ma la strada più veloce non è necessariamente, nel lungo periodo, la più felice. L’isolamento porta ad un impoverimento della nostra intelligenza sociale, della capacità di percepirci non solo come individui, ma anche come facenti parte di un qualcosa di più importante”.

Quattro libri consigliati da Marco Sacchelli

Che cosa produce la presenza di uno schermo nelle interazioni sociali? È maggiore l’effetto di disinibizione, oppure tendiamo a raccontarci con più difficoltà?

“Non è mai l’oggetto in sé, ma l’utilizzo che ne facciamo e il fatto che spesso diventi un abuso. Lo schermo permette, certamente, un investimento a basso rischio, come abbiamo detto prima. Consente un racconto più facile ma, allo stesso tempo, troppe volte, anche più fittizio. Il pericolo è quello di trovare nello schermo una modalità di compensazione per ciò che ci manca, per raccontare quello che vorremmo essere e non quello che siamo realmente.

Ma la Rete non è soltanto da demonizzare. Tantissime persone, io in primis, sono riuscite e riescono a presentarsi in modo più vero, senza filtri. Non avendo dall’altra parte un riscontro immediato, potendo mettere tutto per iscritto, ci si lascia andare, trovando in questo esercizio un vero beneficio. Rimane importante osservare se stessi e capire se lo schermo attraverso il quale ci relazioniamo distorce la realtà o permette un suo racconto più oggettivo”.

Il problema dell’identità sui social. Che cosa provoca negli adolescenti uno sdoppiamento di personalità? 

“Questo è un grande problema. Avere la possibilità di essere chiunque può portare una persona a desiderare di cambiare parti di sé che altrimenti riuscirebbe ad accettare. In più, per coloro che hanno difficoltà nell’accettazione di sé, può essere uno strumento per mistificare la realtà, allontanandosi così dalla risoluzione del caso. Il rischio maggiore, forse, non è neanche lo sdoppiamento di personalità, ma il mascherare così bene la propria identità in favore di una posticcia, senza rendersi conto che, ritrovare la propria natura può essere davvero complesso.

C’è bisogno di una cultura digitale ed emotiva, di dialoghi sull’accettazione di sé e sulla differenza come risorsa. Poco serve la critica adulta, ma maggior consapevolezza sui bisogni dei ragazzi, sulle loro paure e aprirsi ad un vero dialogo con loro”.

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Marco Sacchelli, ospite di Licia Colò

Le emoticons hanno sostituito le parole nell’espressione delle emozioni? Riescono davvero a rappresentare i nostri stati d’animo?

“Spero di no. Mi auguro che non bastino delle faccine per sostituire la parola scritta. Le emoticons possono essere utili per approfondire il senso di ciò che si comunica, per evitare incomprensioni dovute alla difficoltà di percepire il tono col quale viene scritto un messaggio. Ma non possiamo limitarci a quelle per comunicare, sarebbe un grave errore, un impoverimento del pensiero, della logica e della capacità di dare senso e coerenza al nostro mondo interno.

Le parole hanno un ruolo importantissimo per il nostro sviluppo e per il nostro benessere. La mia tristezza non è la tua tristezza. La mia emoticon triste, sì. Abbiamo ancora bisogno di narrare e raccontare attraverso altre forme, dove le simpatiche emoticons possono rappresentare un aiuto”.

I cosiddetti “leoni da tastiera” possono essere affetti da analfabetismo emotivo?

“Leoni da tastiera è un’etichetta ambigua. Sono una categoria troppo grande e troppo variopinta. All’interno, credo che, prima o poi, ci possiamo finire tutti e sicuramente ci sono finiti anche grandi intellettuali, giornalisti, politici e persone di cultura; persone che si penserebbe avere un certo grado di intelligenza emotiva. Per certi versi, tutti abbiamo zone d’ombra emozionale, aree che non conosciamo (o non vogliamo conoscere), che ci fanno agire su una spinta che non riconosciamo e potenzialmente possono trasformarci in leoni da tastiera.

C’è una grande carenza di educazione emotiva, questo è certo. Nelle scuole, nelle famiglie, nella società tutta. Questo porta troppe persone a non sentire le proprie emozioni, o a sentirne solo la parte superficiale, senza comprendere da dove derivino, quali bisogni profondi abbiano. Se a questo ci aggiungiamo un certo cinismo social, una necessità di trovare un’identità anche online e di dover dire sempre la propria opinione, ecco che il leone da tastiera emerge. Anche qui non c’è da demonizzare, ma da capire.
Dobbiamo, credo, fare uno sforzo doppio di empatia, applicare una flessibilità che ci permetta di comprendere l’altro, anche se maleducato, inadeguato o fuori luogo”.

Happiness on the road

L’immagine di copertina è dell’artista Andrea Agostini

 

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