Luci ed ombre del giornalismo italiano: Gad Lerner al festival “Percorsi”

L’Italia è al 41° posto nel mondo per la libertà di stampa. Secondo la classifica di Reporters sans Frontières, su 180 Paesi il nostro ha guadagnato due punti rispetto allo scorso anno, ma registra un aumento costante della violenza contro i giornalisti. Il rapporto dell’organizzazione francese colloca nella posizione migliore, ancora una volta, la Norvegia, seguita da Finlandia e Danimarca. Si trovano in fondo alla classifica, invece, Eritrea, Turkmenistan e Corea del Nord.

Lo stato di salute della nostra informazione non è buono. Sono una ventina i cronisti italiani sotto scorta permanente, il doppio rispetto al 2019. Minacce di morte, percosse, intimidazioni sono particolarmente frequenti in Campania, Calabria, Puglia, Sicilia, ma anche a Roma. E intanto la categoria vive di precariato, al punto da rappresentare, secondo Gad Lerner, il nuovo proletariato.

Il crollo del giornalismo militante

Questa situazione drammatica, poco raccontata, è stata analizzata proprio da Lerner durante il festival “Percorsi sulle parole” che ha appena chiuso i battenti a Santo Stefano Magra (La Spezia). Intervistato dallo scrittore Marco Ferrari, il giornalista nato a Beirut e attualmente penna del Fatto Quotidiano ha ricordato i suoi esordi nella “professione militante”, come redattore di Lotta Continua. “Oggi la militanza non esiste più – ha spiegato – come non esistono più i giornali-partito. Chi lavora in redazione è sfruttato e questo rende la nostra categoria particolarmente debole e ricattabile. Il pubblico crede di potersi informare gratuitamente, attraverso Internet. Questo è un errore e ne pagheremo le conseguenze, perché una democrazia senza informazione è una democrazia mutilata”.

Nonostante sia sempre stato schierato a sinistra, Gad Lerner ha guidato per alcuni anni La Stampa di Torino, il quotidiano simbolo della famiglia Agnelli. “Ho sempre avuto con i dirigenti un rapporto corretto – ha ricordato – e quando, durante Tangentopoli, fu indagato Cesare Romiti, il numero 2 della Fiat, non esitai a dare alla notizia nove colonne in prima pagina”. A quel tempo i giornali cartacei vendevano tantissimo e potevano permettersi di giocare un ruolo sociale che, a volte, superava perfino quello dei partiti.

Gli anni d’oro della TV

Lerner sperimentò la potenza dell’informazione, passando dalla carta al video. Dalla direzione del Tg1 si dimise, dopo un brevissimo periodo, quando i vertici contrastarono la sua decisione di cancellare il “pastone”, la passerella serale dei leader di partito che pretendevano di apparire anche quando non avevano notizie da dare. “Erano tutti uguali – ha ammesso Lerner al festival di Santo Stefano – di destra, di sinistra, o di centro, volevano farsi vedere nella rubrica che curava Francesco Pionati per dimostrare di esserci, di esistere. Il pastone, del resto, si fa ancora oggi!”.

I numeri, però, sono cambiati. E ciò si evince anche dalla pubblicità. Le aziende che un tempo promuovevano i loro prodotti comprando spazi sui quotidiani cartacei sono passate, piano piano, alla televisione. E oggi gli investimenti pubblicitari riguardano prevalentemente l’online. Resistono, ha osservato Lerner incalzato da Marco Ferrari, giornali e televisioni locali perché nelle piccole realtà sociali è ancora possibile influenzare le scelte del pubblico.

“Pensare di ostacolare il digitale – ha riconosciuto il giornalista – sarebbe da pazzi. Il mondo evolve e l’informazione cambia. Ma se non restituiamo dignità alla categoria dei giornalisti, mettiamo a rischio il nostro sistema democratico”.

C’era una volta l’inviato

Per spiegare come dovrebbe lavorare un vero cronista, Lerner ha fatto l’esempio di un suo vecchio amico, Bernardo Valli, il più grande reporter di guerra italiano nella seconda metà del Novecento. “Ha viaggiato tutta la vita, ha incontrato sempre di persona chi doveva intervistare. E, naturalmente, è stato pagato bene, perché altrimenti non sarebbe riuscito a testimoniare tutto ciò che ha visto”.

Lo Stato in soccorso della stampa

Così dovrebbe essere costruita, secondo Lerner, la professionalità. Perché la libertà di informazione e il pluralismo dell’informazione sono il patrimonio della democrazia. Ma qui i giornali chiudono per mancanza di fondi, i capitani d’industria comprano testate (perfino di idee opposte) che diventano tutte uguali, gli editori puri si estinguono anno dopo anno.

Nessuna buona notizia? “Un rimedio alla crisi del settore –  ha concluso Gad Lerner – potrebbe essere quello che adotterà presto il presidente francese Emmanuel Macron, che ha annunciato un sostegno concreto all’informazione”. La Rete è irrinunciabile, ma ricominciare a leggere buoni giornali, fatti da professionisti, forse porrebbe fine alla semplificazione del linguaggio, all’uso del turpiloquio, all’elogio dell’ignoranza.    

 

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