I governi che fanno il monitoraggio dei social media, rispettano la privacy?

Il monitoraggio dei social media non è utilizzato solo dalle aziende.

Infatti sono sempre di più i governi che decidono di eseguire un “controllo” sui contenuti pubblicati online dagli utenti presenti sul proprio territorio.

Ma spesso questo tipo di scelte governative genera dubbi e paure tra la popolazione.

Recentemente il Dipartimento dell’Occupazione e della Protezione Sociale irlandese, ha pubblicato un bando per la gestione del monitoraggio dei social media della popolazione dell’Irlanda.

Le polemiche non si sono fatte attendere.

Elizabeth Farries, del Consiglio irlandese per le Libertà Civili, ha affermato:

“Non vi è alcuna indicazione che il Dipartimento intenda anonimizzare i dettagli che raccolgono. In caso contrario, devono rispettare il GDPR che, per impostazione predefinita, richiede che vengano raccolti, elaborati e archiviati solo i dati personali necessari per uno scopo specifico”.

Questo è solo un esempio di quello che sta accadendo tanti paesi dove si discute di controllare e analizzare i contenuti pubblicati sui social media come Australia, Stati Uniti ed Inghilterra.

Anche in Israele (ne avevamo parlato qui) e negli Emirati Arabi Uniti i rispettivi governi effettuano il monitoraggio dei social media. Ma bisogna ammettere che lì non è nata una grande polemica.

Quindi, l’interesse ed il coinvolgimento da parte della popolazione su questo tema è sicuramente una notizia positiva. Testimonia la presenza di un tessuto sociale davvero libero di esprimersi e portare avanti le sue posizioni.

Ma come funziona il monitoraggio dei social media?

Per quanto riguarda il dibattito sul tema della violazione della privacy, la situazione reale è molto meno grave di quello che ci si potrebbe aspettare.

Infatti non è possibile monitorare ogni singolo account presente su social come Facebook o Twitter. Le stesse piattaforme non lo permetterebbero mai. Basti pensare che qualsiasi fornitura di dati a società terza attraverso API deve superare un’attenta fase di revisione.

Il social media monitoring funziona come un qualsiasi altro servizio di monitoraggio dei media, ovvero attraverso l’incrocio di queries  contenti  delle parole chiave.

Il sistema di social media di monitoring si occuperà di fornire un resoconto solo relativo alle queries impostate, non mostrando niente di più di quello che si vuole ottenere.

Ma anche solo per impostare queries di questo tipo attraverso un singolo social media, bisogna disporre di un’esperienza notevole. Ad esempio, se inseriamo la parola “caffè” come chiave unica di ricerca attraverso Twitter, ricaveremmo milioni di risultati.

Oltre al fatto che una ricerca di questo tipo sarebbe ben poco indicativa, rischieremmo di bloccare l’intero sistema di monitoraggio.

La mole dei dati disponibile impedisce a qualsiasi società di social media montiroing di rendere i propri clienti indipendenti ed autonomi nel monitoraggio.

Perchè i governi dovrebbero essere interessati a farlo?

Perché un governo o un dipartimento si dovrebbe preoccupare di assicurarsi un servizio di monitoraggio dei media?

La risposta è molto semplice: per garantire la sicurezza dei cittadini.

In questo periodo storico le infinite possibilità per tenere sotto controllo temi caldi, possibili gruppi di estremisti e situazioni particolarmente tese, proteggono la nostra incolumità come mai prima.

Non sono pochi i casi in cui aspiranti terroristi, diffondevano “il verbo” sui social media con conseguenze che sarebbero potute essere pericolosissime.

Allo stesso modo, alcuni social media sono stati i preferiti di estremisti politici antisemiti per trovare seguaci e persone disposte, almeno a parole, a compiere azioni dimostrative.

Sembra quindi naturale che lo scopo dei governi dei paesi non possa essere quello di bloccare la libertà di espressione, ma semplicemente di attuare delle azioni che possano prevenire esclation di violenza fuori dalla sfera virtuale.

Ad ulteriore garanzia di questo, c’è la ferma opposizione di social media come Twitter, che per garantire l’accesso alle API vuole accertarsi del fatto che non ci sia alcun  intento di sorveglianza o discriminazione nel monitoraggio.

Dal momento che nessun governo occidentale dispone di “eserciti di persone” impegnate a sorvegliare la vita degli individui più a rischio o impedire la libertà di espressione, possiamo stare tranquilli  che i social media verranno utilizzati per scopi virtuosi.

 

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