Guida pratica per proteggere la privacy sui social media

“Di riservate, qui, sono rimaste soltanto le prognosi”. È un battuta che coglie nel segno quella che Gabriele Martelloni ha diffuso, di recente, attraverso Twitter. Giornalista di Rai News 24, scrittore di massime per passione, Martelloni, ancora una volta, ha giocato con le parole per fare riflettere su un problema serio: il rispetto della privacy sui social media.

Da quando l’utilizzo di Facebook, LinkedIn, Twitter and company si è diffuso in modo esponenziale, tutti condividiamo contenuti testuali ed audiovisivi. Sebbene lo sviluppo della Rete sia un passo avanti per la società, spesso non consideriamo le conseguenze della pubblicazione, perdiamo di vista il controllo della nostra privacy e rischiamo di violare quella degli altri utenti.

Come stabilito dall’articolo 13 del GDPR – il regolamento europeo sulla privacy, introdotto nel 2018 – chi usa i dati e le informazioni riguardanti una persona dovrebbe sempre rilasciare un’informativa che illustri modalità e finalità del trattamento. Ma la migliore difesa per la propria riservatezza consiste nella ragionevolezza e nell’adozione di piccoli accorgimenti.

Usare il buon senso

  • Riflettere bene prima di inserire online dati che non vogliamo diffondere, o che possano arrecarci danno in futuro; 
  • cercare le impostazioni relative alla privacy e limitarle. Possiamo dare il consenso alla diffusione solo di alcune informazioni, oppure non permettere ad altri di rendere pubblici dati che ci riguardano. In casi estremi è anche consentito rendersi non ricercabili per evitare molestie da soggetti indesiderati;
  • non cedere alla lusinga del senso di “intimità”. Fare dei social un diario personale dove comunicare agli altri sentimenti, emozioni, gioie, dolori e avvenimenti importanti si trasforma in un’arma potenzialmente letale, soprattutto se di essi vengono a conoscenza persone “scomode” o chi non vorremmo (ad esempio, potenziali datori di lavoro). Se si pubblica troppo di se stessi si rischia, comunque, di fare brutte figure con chi non ci conosce, talvolta, di essere fraintesi. Dobbiamo considerare che, attraverso le piazze virtuali, le notizie hanno una velocità di espansione praticamente istantanea!

Che cosa dice la legge

Il principio generale, che anche i proprietari dei social sono chiamati a rispettare, è che la pubblicazione di un contenuto che riguardi altri è ammessa solo con il consenso inequivocabile dell’interessato (che, se minorenne, è sostituito da quello dei genitori).

Il consenso viene dato, generalmente, in fase di registrazione alla piattaforma virtuale. Quando ci si iscrive, infatti, si dichiara di essere proprietari delle foto e di tutto il resto, ma si accetta anche una condizione. Nel momento in cui tale materiale verrà caricato o condiviso sul social network, esso verrà dato in licenza a tutti e potrà essere usato (in modo lecito) da chiunque possa accedervi. Cliccando “Mi piace”, aggiungendo tag, o premendo il tasto “Condividi”, tutto quello che è presente sul profilo personale da privato diventa pubblico.

L’avvocato Gaia Morelli

Cosa succede se un tag è offensivo

Nel caso in cui siano pubblicati sul profilo commenti offensivi della reputazione, oppure quando si venga taggati su foto lesive dell’immagine personale, l’ordinamento prevede che – qualora siano ravvisabili i reati di ingiuria, diffamazione o molestie a mezzo Internet – sia possibile sporgere denuncia-querela alle Forze dell’Ordine.

Nel caso di uso illegittimo delle immagini, inoltre, è prevista l’azione inibitoria che si può avviare dinnanzi al giudice, volta a far cessare l’illecito uso dell’immagine pubblicata. Se la pubblicazione non è qualificabile come vero e proprio abuso dell’immagine altrui (ad esempio, foto che non sono gradite perché semplicemente “brutte”) ci si può comunque rivolgere al gestore del social, chiedendo di rimuovere la foto sgradita: egli avrà così il ruolo di mediatore e potrà cercare di risolvere bonariamente la questione.

Si può uscire dai social?

Non proprio. In qualunque momento si può decidere di disattivare l’account con il profilo personale, ma non è concessa la totale cancellazione. I dati che si sono pubblicati durante la vita sociale sono conservati dal server e negli archivi informatici dell’azienda che offre il servizio. Tutto questo, però, deve essere previsto dalle condizioni generali e accettato al momento della sottoscrizione. In caso contrario, trattenere informazioni altrui dopo la revoca del consenso è illegittimo. Per esercitare la revoca al trattamento dei propri dati, basta inviare una mail agli indirizzi di posta elettronica forniti per i contatti dal gestore del sito.

L’ingenuità è un rischio

Un sondaggio del Pew Research Center, pubblicato nel 2019, evidenzia come il 74% degli iscritti a Facebook negli Stati Uniti d’America non sia ancora consapevole del fatto che il social disponga di un dossier su ciascuno di loro, in modo da agevolarne la profilazione.

Anche l’indagine “Retail Transformation 2.0”, realizzata dal Digital Transformation Institute, rivela che una percentuale di utenti è capace di un uso critico dello strumento. Ma rimane una significativa quota di persone che ha “una percezione distorta di consapevolezza, che potremmo definire una conoscenza ingenua”. Così la definisce Stefano Epifani, presidente del centro di ricerca: “Spesso crediamo di conoscere un social network per il semplice fatto di avere un account su di esso. Ma se analizziamo il dato nel dettaglio, ci rendiamo conto della nostra preparazione superficiale. Facciamo fatica, magari, a verificare una fonte, a distinguere le fake dalle notizie, cadiamo nell’errore di considerare Internet infallibile”.

Sebbene i social network possano rappresentare una grande risorsa a nostra disposizione, allo stesso modo, oculatezza, prudenza e coscienza rimangono i presupposti per un uso corretto e sicuro delle piattaforme digitali.

Nicola Brusco

 

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