Il mestiere dello scrittore ieri e oggi: intervista ad Annalisa Coviello

Dalla laurea in filosofia, alla cronaca del quotidiano La Nazione. Dalle inchieste per il settimanale Visto, alla stesura di libri. Per Annalisa Coviello, giornalista versatile, la costante è sempre stata la stessa: la passione per la ricerca. Non c’è un lavoro, fra i tanti che abbia dato alle stampe, che non contenga analisi rigorose sui contesti sociali e storici.

Lo stile di Coviello, tuttavia, risente della lunga esperienza nei giornali, perché è sempre chiaro e scorrevole, tanto da poter essere apprezzato dagli studenti, ai quali ha dedicato diverse guide per la preparazione agli esami.

L’emergenza Coronavirus non poteva non incidere sull’organizzazione della giornata di questa professionista dell’informazione e della cultura.

Passavi da una città all’altra per presentare i tuoi libri. L’ultimo, una guida al sito archeologico di Luni (SP), stava riscuotendo parecchio successo. Come è stato il tuo impatto con l’autoisolamento?

“Per forza di cose, il mio lavoro si svolge per moltissimo tempo a tavolino. La scrittura e le ricerche hanno bisogno di poco altro che non siano un computer e una rete, possibilmente abbastanza veloce. Per fortuna oggi quasi tutte le risorse si trovano online. Certo, essere «obbligata» a stare a casa può diventare un po’ claustrofobico e, soprattutto, ciò che mi manca è il contatto diretto con il pubblico, con i lettori: è vero che mi possono scrivere o telefonare, però io sono sufficientemente anziana per aver bisogno della stretta di mano, della chiacchierata, anche dello sguardo di approvazione, come di disapprovazione. Ormai, scenari difficili da realizzare, in questi tempi davvero «bui»”.

Il tuo rapporto con i social: com’era prima dell’emergenza e com’è adesso?

“Utilizzo da sempre Facebook, ma quasi mai per vicende strettamente personali, a meno che non siano proprio eccezionali, mi viene in mente la laurea di mio figlio… Ritengo sia un’ottima «cassa di risonanza» per gli eventi che si vogliano segnalare, dal punto di vista lavorativo, come «autopromozione». Ricorro ai social network per comunicare la presentazione o l’uscita di un mio nuovo libro, ma penso siano utili anche per quel giornalismo di servizio o di denuncia che, secondo me, dovrebbe essere il leit-motif della nostra professione.

Purtroppo, non sempre avviene, lo sappiamo tutti. Così come siamo consapevoli che, proprio dai social, vengono fuori le peggiori forme di comunicazione: mi riferisco alle fake news, alle accuse senza fondamento e senza verità, alle falsità urlate ai quattro venti e, proprio di recente, di questa nuova «caccia agli untori» virtuale, che fa forse più male di quella reale dell’epoca della peste di manzoniana memoria”.

Raccontaci un episodio della tua quarantena.

“Durante questa emergenza, cosa che non avevo mai fatto prima, per sette giorni – una cadenza quasi «divina», se me lo permettete – ho scritto brevi articoli sulla pandemia, esaminando vari aspetti. L’ho chiamato sempre «carognavirus», anche per esorcizzare il momento drammatico. I miei lettori ne sono stati entusiasti e per me è stato molto positivo: sono riuscita a superare qualche momento di sconforto”.

Hai avuto bisogno di adattare il tuo linguaggio ai media digitali, definiti “freddi” da Marshall McLuhan? Emoji e abbreviazioni, ad esempio, possono entrare a fare parte della tua “cassetta degli attrezzi”?

“Penso di no. Ho imparato di recente ad usare le emoji, ma le utilizzo solo negli scambi di messaggi con gli amici. Non ce le vedo proprio in un mio libro o in un articolo di qualsiasi genere, ma nemmeno in un post su Facebook. Abbiamo le parole per tutto, forse anche troppe…

Per ciò che poi riguarda le abbreviazioni, le detesto. Alla scuola di giornalismo che ho frequentato a Milano, parecchi anni fa, ci stracciavano via un articolo che contenesse «ad es.», invece che «ad esempio». Per non parlare di «eccetera», che era proibito categoricamente, sia per esteso, sia abbreviato”.

Sei stata invitata da un istituto scolastico a fare la presentazione di un libro via Meet. Che esperienza ne hai tratto?

“L’esperienza è stata veramente positiva e ringrazio ancora l’istituto in questione, Isa 13 di Sarzana (SP), che ha organizzato questa bella iniziativa, inserita nella recente Giornata mondiale del libro. Oltre a Meet, l’evento è stato condiviso su Youtube. La presentazione, in diretta e pubblica, è diventata un’occasione per farmi seguire dai miei lettori sparsi in tutta Italia… in primis, i miei familiari di Milano, che mai mi avevano sentito parlare «di persona personalmente», come direbbe il Maestro Camilleri”.

Cosa c’è di diverso in una presentazione online, rispetto a quella in libreria?

“Devo dire che ero molto agitata, più che per una presentazione «tradizionale». Non essendo particolarmente tecnologica, temevo di sbagliare qualcosa o che cadesse la rete. Quando, invece, parlo in pubblico, beh, è difficile che mi vada via all’improvviso la voce, dovrebbe proprio succedere un caso estremo. Via Meet mi è mancato un po’, anzi, tanto, guardare negli occhi le persone mentre parlavo. Non si riesce a capire se siano interessate, se mi seguano… nemmeno quante siano, peraltro…”.

La didattica a distanza, secondo te, proseguirà dopo il Coronavirus?

“Secondo me, ci dobbiamo abituare, come a tante altre cose. Ritengo che questo «carognavirus», nella sua cattiveria e perfidia, ci abbia almeno insegnato che si possono fare, proprio a distanza, delle cose che prima sembravano impossibili. La didattica è una di queste. Io ho due figli, uno che, ormai, sta ultimando il suo percorso di studi con la laurea magistrale e un’altra che, proprio quest’anno, deve sostenere la maturità. Entrambi stanno studiando a distanza, con videolezioni, live forum, interrogazioni, esami e via dicendo. Dopo i primi momenti di panico, anche questa è diventata routine. Che sia meglio o peggio, al momento non possiamo dirlo”.

Qualcosa è cambiato, allora?

“Certamente. Quello che auguro, agli studenti, agli insegnanti, a tutti noi, è che questa tragica esperienza ci abbia fatto capire che, davvero, per molte cose volere è potere. Si può fare ginnastica nel salotto di casa, si possono preparare il pane e la pizza nel proprio forno, si può presentare un libro online, si può anche andare a scuola o all’Università restando in cameretta… Non sarà uguale, anzi, senza dubbio è diverso, però meglio di niente, sicuramente è”.

 

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