Lavorare più concentrati senza l’uso dei social network: sì o no?

Agosto volge al termine e così anche l’aria di vacanza: le foto al mare o in montagna sui social network iniziano a scarseggiare, insieme a quella libertà faticosamente conquistata di gestirsi il tempo come si vuole, o di non gestirlo affatto!.

Per alcuni, ‘vacanza’ significa anche quella condizione in cui il telefono può essere acceso solo a una certa ora o addirittura mai, mentre per i social media addicted, ‘vacanza’ può voler dire passare molto più tempo sui social network e senza l’ansia del capo che può apparire da un momento all’altro proprio nel mezzo di una chat.

Questo potrebbe essere solo uno dei problemi del passare il proprio tempo sui social network mentre si sta lavorando; e lo sappiamo tutti che i momenti di vuoto o stanchezza durante le 8 ore sono tanti, senza contare che il lampeggiare costante delle notifiche è una fonte di distrazione e di richiamo difficile da ignorare… Ci sono alcuni casi però in cui è utile porre molta attenzione, onde incorrere in rischi seri per il proprio lavoro.

Social Network al lavoro? Facciamo attenzione

Nel 2017 un dipendente molisano di 42 anni è stato licenziato perché scoperto a usare Facebook durante le ore lavorative. L’uomo, dipendente di lunga data dell’azienda e padre di famiglia, era per così dire recidivo: già negli anni passati aveva ricevuto diversi richiami in tal senso, fino al punto di rottura. Inoltre, l’azienda aveva espressamente vietato l’uso del social network sul posto di lavoro, (sì, si può fare), perciò la condotta è risultata una giusta causa per il definitivo allontanamento del lavoratore.

Anche nel 2016 c’era stato un caso simile, questa volta a Reggio Emilia. La segreteria di uno studio ha perso il proprio lavoro perché è stato constatato che durante le ore di prestazione professionale aveva effettuato qualcosa come 6.000 accessi a internet, di cui più della metà (ben 4.500) diretti a social network, musica e giochi online. Motivo per cui, con sentenza del Tribunale di Brescia, il licenziamento della segretaria è stato confermato.

L’assenteismo virtuale causato da social network, chat e mail personali, è quindi un motivo di licenziamento per giusta causa, ma non è la sola attenzione che bisogna avere relativamente al tema social e lavoro.

Online reputation e obbligo di fedeltà

D’altro canto, è importante capire come usare i social network in relazione al proprio lavoro.  Sottovalutare la potenza dei social ormai è impensabile, sia che si stia già lavorando (come dimostrano i casi sopraelencati) sia che il lavoro lo si stia ancora cercando. Vediamo perché.

Certamente avrete già sentito parlare di online reputation. La reputazione online vale sia per brand e aziende che per le singole persone. Fino a maggio 2018, esisteva il  Klout, che calcolava in termini numerici e percentuali il valore sul web di una persona o azienda attraverso la somma di tutti i contenuti, reazioni, contatti ottenuti a livello social.

Ma al di là del peso specifico, c’è un aspetto molto importante da considerare per chi ci segue da fuori. Mi spiego meglio: ormai datori di lavoro, head hunter, addetti HR e consulenti vari, oltre a leggere le mail, curricula o i messaggi che gli abbiamo indirizzato, guardano anche i nostri profili social. E da qui traggono le loro deduzioni (giuste o sbagliate) scegliendo se colloquiarci o meno, o se affidarci o meno un lavoro o un progetto.

Il social recruiting è sempre più utilizzato e passa anche tramite queste vie. Ecco perché è importante curare la propria online reputation, o perlomeno, cercare di essere coerenti con quello che si è o si pretende di essere/fare anche a livello professionale.

Non crediate di essere salvi se il lavoro ce l’avete già, però, eh! Che non vi venga mai in mente di scrivere un post social in cui sparlate della vostra azienda, del vostro capo o del vostro collega, o addirittura diffondete specificità proprie del vostro lavoro!
L’obbligo di fedeltà del lavoratore è sancito dal Codice Civile italiano sin dal 2015. E non conta se in un ipotetico sfogo online non fate nomi e cognomi precisi: il possibile reato sussiste comunque perché è possibile dedurre di chi o di cosa stavate parlando dal contesto o perché i vostri contatti lo sanno già in quanto vi conoscono da prima.

L’obbligo di fedeltà regola la non concorrenza, la segretezza e il know-how dell’azienda presso cui si presta servizio, ed è già successo che lavoratori non proprio onesti o un po’ aggressivi verbalmente pagassero le conseguenze di alcune azioni social nocive per l’azienda.

Tempo e social media: quanto tempo si passa online?

Vi ricordate la classica domanda di 10 anni fa: “quanto tempo si passa davanti alla tv?”

Oggi noi italiani spendiamo circa 6 ore e 18 minuti su internet, di cui quasi 2 sui social (fonte Global Digital – Hooutsuite) – e per fare un raffronto con la domanda precedente, il tempo speso sul web è circa il doppio rispetto a quello che passavamo davanti alla tv. Questi dati significano implicitamente che alcune di quelle ore spese online sono durante le nostre ore lavorative.

È stato stimato anche che le notifiche di Facebook fanno perdere ai lavoratori circa il 28% della giornata lavorativa, causando alle aziende danni in termini economici, oltre che di concentrazione dei propri dipendenti.

Il caso di Jobroller: niente social network ma esci prima

I dati sulla produttività e distrazioni sul posto di lavoro possono far capire la scelta di Jobroller, azienda con sede a Straubing in Baveria, che ha rivoluzionato la vita professionale dei suoi dipendenti in questo modo: due turni da 6 ore lavorative filate, dalle 8 alle 14 o dalle 11 alle 17, pausa pranzo eliminata a favore di un break veloce, e nessuno smartphone consentito durante l’orario lavorativo.

Il risultato? Sono tutti più felici, afferma l’amministratore delegato Guenter Dillig, sono diminuite le assenze per malattia e gli errori, e l’azienda prosegue su questo percorso già da febbraio. In Germania il dibattito dei lavoratori per ottenere più tempo libero è molto acceso e i tedeschi lavorano già circa 350 ore in meno l’anno degli italiani.

A che servono i soldi, infatti, se non si ha la possibilità di spenderli nel proprio tempo libero?

La pensano nello stesso modo anche in Nuova Zelanda dove i dipendenti della Perpetual Guardian lavoreranno 4 giorni alla settimana mantenendo inalterato il proprio stipendio. I motivi sono molteplici: permettere una maggiore concentrazione durante le giornate lavorative, di creare un clima più sereno, con buone ricadute sulla produttività, e ridurre a zero l’assenteismo.

La gioia e la gratitudine dei dipendenti è altissima, i costi che l’azienda risparmierà in questo modo si aggirano al 2o% in meno.

Anche in Svezia e Danimarca i lavoratori hanno optato per avere più tempo libero e meno ore di lavoro al giorno: sei ore al posto di otto, generalmente spalmate su cinque giorni settimanali. Un trend positivo confermato dalle aziende che l’hanno applicato e che trova d’accordo praticamente tutti i lavoratori, compresi gli italiani, che chissà quando vedranno una significativa diminuzione della propria settimana lavorativa tipo.