Licenziare su Twitter, è già possibile?

I confini per l’utilizzo dei social non finiscono mai ed ogni giorno ci stupiamo di come vengano usati, spesso, nel modo sbagliato.

Da qualche giorno infatti, è diventato “OK” licenziare i dipendenti via Twitter. Sembrava impossibile, ma se a farlo è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, allora un nuovo muro di formalità viene buttato giù.

Forse stiamo  un po’ estremizzando, ma il fatto accaduto è reale.

Il 13 marzo 2018, Donald Trump ha annunciato la sostituzione (e quindi il licenziamento) di Rex Tillerson con Mike Pompeo come Segretario di Stato Americano. Lo stesso Tillerson, che ricopriva la terza carica più importante nel governo americano, ha scoperto della perdita del suo posto di lavoro da Twitter.

Se a farlo fosse stato un qualsiasi Amministratore Delegato di una grande multinazionale, probabilmente qualcuno adesso ne starebbe pagando le conseguenze o comunque ne sarebbe seguita una causa da milioni di dollari. Ma quando a farlo è l’uomo più potente del mondo, allora le cose cambiano.

Come Twitter viene utilizzato per licenziare

Anche se finora i social non venivano usati per comunicare la fine di un rapporto di lavoro, vengono già utilizzati da tempo per controllare i dipendenti e le idee delle persone da assumere.

Facebook, coinvolto in questi giorni con lo scandalo Cambridge Analytica, è ora molto più chiuso e privato rispetto a Twitter. Ma questo non significa che sia più sicuro.

La struttura di Twitter, più aperta e trasparente, gli permette di ricoprire un ruolo più istituzionale in tantissimi ambiti e settori di mercato, oltre che nella politica.

Può essere considerato illegale il controllo dei profili dei propri dipendenti su Twitter, Facebook ed altri social media? No, a patto che i post siano pubblici e vengano pubblicati durante gli orari di lavoro. Lo scopo può essere anche solo la verifica che non vengano svelate alcune informazioni che dovevano rimanere riservate o se quanto dichiarato non è “politically correct”.

E in Italia si licenzia per le idee?

Fin oad oggi in Italia ci sono ancora pochi i casi di licenziamento a causa di un post social. In passato post estremamente pesanti hanno generato solo dissociazioni ma raramente ci sono state ripercussioni in ambito lavorativo.

Danilo Leonardi, produttore esecutivo di Rai Cultura, nel giugno 2014 aveva twittato un pensiero omofobo che non è passato inosservato ma che ha portato alla sola dissociazione dell’allora direttore di Rai 3 Andrea Vianello.

E come non prendere in considerazione di Maurizio Gasparri che, durante il suo mandato da Vicepresidente del Senato, ha spesso fatto dichiarazioni e risposto ad utenti in modo poco consono alla figura che rappresentava.

Ma adesso sembra che l’aria sia cambiata.

Questo articolo dimostra come anche in Italia, i licenziamenti dovuti alla condotta tenuta su Twitter siano ampiamente accettati e giustificati dai giudici.

Quale destino per i social media?

Certo questi casi sono molto diversi rispoetto a quello che è accaduto nel caso Rex Tillerson – Trump. Ad ogni modo questa vicenda americana ci aiuta a riflettere sulla funzione che stanno guadagnando ogni giorno di più i social media.

Quale sarà il loro destino e come si evolveranno nel futuro? Resteranno un semplice luogo dove promuovere i traguardi lavorativi? Oppure diventeranno il posto dove condividere in ogni momento, i successi e fallimenti della propria attività?

Facebook, proverà a guadagnare credibilità per uscrie in modo positivo dallo scandalo dei dati ceduti a Cambridge Analytica?

Sicuramente Trump continuerà a sorprenderci con nuovi colpi di scena, ma intanto ha già conseguito la medaglia per il licenziamento peggiore di tutti i tempi.