“Non si butta via niente”: dal food alla moda, oggi il consumo è sostenibile

I nostri nonni ne sono convinti da sempre: “Non si butta via niente”. Ci faceva sorridere il loro consiglio, perché avremmo desiderato, spesso, fare ordine e pulizia nelle loro case piene di tutto, che “prima o poi sarebbe tornato utile”. Oggi il paradigma è cambiato: la generazione Z ha compreso l’importanza del riutilizzo in ogni settore del consumo. Dall’alimentazione alla moda, si sta affermando la cultura del riciclo, grazie alla maggiore sensibilità nei confronti di ambiente e salute.

Domanda e offerta si incontrano in Rete. Nascono app e piattaforme che ci aiutano a limitare lo spreco, in ogni ambito. Osserviamo il mercato del food, ad esempio. Il New York Times fa una previsione in un articolo intitolato “How we will eat in 2021?”: niente grilli e locuste sulla nostra tavola, ma un approccio all’alimentazione che sa di passato e di sostenibilità. Si prevede la riscoperta della cucina degli avanzi, che torna ad essere quotidianità, anche grazie all’emergenza Coronavirus.

Troppo buono per essere gettato

“La pandemia ha cambiato le nostre abitudini – riflette Eugenio Sapora, manager in Italia dell’app danese Too good to go – facendoci apprezzare le sfaccettature di un pasto preparato a casa e dando nuovo valore al cibo. Non è un caso se gli sprechi alimentari siano drasticamente diminuiti durante i lockdown. Non credo che nel 2021 si invertirà la tendenza, anzi. Noi di Too good to go lo abbiamo rilevato anche nei nostri partner, dagli esercizi commerciali di quartiere a quelli della grande distribuzione. I consumatori premiano le scelte di sostenibilità, diventando poi clienti fidelizzati”.

La startup, nata nel 2015 e presente in 15 Paesi, ha fatto della logica del “Non si butta via niente” la propria missione. In che modo? Gli utenti che scaricano gratuitamente l’applicazione possono acquistare, a prezzo ribassato, gli avanzi di giornata da bar, supermercati, rosticcerie, panetterie, pasticcerie. Prodotti ancora freschi e di qualità che, altrimenti, verrebbero gettati. Il consumatore recupera in store la magic box – la confezione che contiene le pietanze – ad orari stabiliti, spesso serali, risparmiando ed invertendo la rotta, cosicché un terzo del cibo non venga più buttato. Nel nostro Paese sono già 2,2 milioni gli utenti registrati e 8363 i locali presenti sull’app.

Stop allo spreco: Too good to go si allea con grandi aziende

Notizia di pochi giorni fa, l’alleanza virtuosa tra aziende, supermercati e consumatori, proposta da Too good to go. L’obiettivo del patto è creare una rete di attori che si impegnino sia ad informare su una problematica sempre più importante, sia a compiere azioni concrete per avere un impatto reale sullo spreco alimentare. A rispondere prontamente alla chiamata della startup, che ha già chiuso un primo round da 31 milioni di dollari, sono state Ikea, Carrefour, Danone, Granarolo, NaturaSì, Nestlé, per citarne alcune.

In programma anche la creazione dell’etichetta consapevole. Sui prodotti alimentari delle aziende aderenti leggeremo presto “Spesso buono oltre”, assieme ad una serie di pittogrammi che consiglieranno di “osservare, annusare, assaggiare”, in modo da capire se un cibo sia consumabile dopo poco tempo dalla data di scadenza.

Eugenio Sapora, Country manager Too good to go Italia

Anche la moda in campo per la sostenibilità

L’economia circolare non coinvolge soltanto il settore del food, ma anche quello della moda. Cresce l’interesse per il resell, cioè per l’abbigliamento e gli accessori di seconda mano. “In passato – secondo Giorgia Dell’Orto, co-proprietaria di Ambroeus, negozio vintage di Milano, citato per la sua qualità sul New York Times – esisteva lo stigma di comprare e vendere usato. Nelle grandi città si trovavano negozi del genere, ma acquistare lì era considerata una cosa da bohémien, oppure per chi cercava soluzioni a basso prezzo per necessità. Adesso il mondo è cambiato. I consumatori adottano comportamenti sostenibili, si stanno rendendo conto delle cose che non usano e hanno deciso di liberarsene”.

Ambroeus, la boutique di moda vintage a Milano

Produrre continuamente nuovi capi inquina, mentre riutilizzare è una soluzione etica e fa bene all’ambiente, non soltanto al nostro portafoglio. Anche l’alta moda si sta muovendo nel mercato della second-hand, ottenendo non pochi vantaggi, come il miglioramento della brand reputation. Per conquistare la generazione Z occorrono prezzi bassi, unicità ed impronta civica. Questo è ciò che cercano i giovani quando acquistano un abito. E l’usato sembra rispondere a tutte e tre le esigenze.

Il riciclo dell’abbigliamento si fa online

Si diffondono, così, grandi rivenditori del lusso di seconda mano, come Vestiaire Collective, The RealReal e, in parte, Lyst, la più grande piattaforma mondiale di ricerche di moda con 9 milioni di utenti e 12mila negozi, tra cui alcuni di vintage e di usato. La novità del mese è il programma “Brand approved” di Vestiaire Collective, che ha stretto la sua prima partnership con Alexander McQueen e mette in vendita item certificati dal brand a prezzi concorrenziali.

La piattaforma oggi conta 10 milioni di iscritti in 90 Paesi, vende 300mila capi di alta moda caricati da venditori privati e poi autenticati dai suoi oltre tremila esperti. Lanciata in risposta alla crisi del 2008, Vestiaire Collective ha retto bene anche quella del Coronavirus. La fondatrice Fanny Moizant ha dichiarato che “a giugno sull’app c’è stato un 210 per cento in più di nuovi utenti rispetto al giugno precedente”.

Altri brand, non del lusso, hanno già implementato con successo spazi di e-commerce per abbigliamento di seconda mano, con obiettivi orientati alla sostenibilità: Levi’s ha aperto Levi’s Second Hand, è nata l’etichetta The North Face renewed, così come la linea Worn wear di Patagonia.

Acquistare meno, per usare di più. E, vendere, scambiare, donare quando un oggetto non ci serve. Anche su Facebook si moltiplicano gruppi, dove è possibile comprare con poco l’usato oppure riceverlo gratuitamente andando sotto casa del vicino. “L’obiettivo primario è quello di socializzare con persone del quartiere per venire incontro a singole necessità quotidiane, aiuto concreto, condivisione di attività, scambio di pareri, opinioni”, si legge nella descrizione del gruppo FB “Residenti in Via Maiocchi e dintorni – Milano – Social Street”, che conta ben 2000 iscritti. Il mantra comprare-usare-buttare sembra essersi concluso, per dare spazio alla cultura del riciclo, che permette anche di tessere legami sociali!

 

Articoli correlati

L’orto in casa. È boom anche in Italia delle vertical farm

Economia, Società

La mia casa è bio. Vivere sano per noi e per il futuro del pianeta

Società
aboca massimo mercati

Il nuovo patto impresa-natura: Aboca, esempio virtuoso

Economia, Eventi e News, Società
Torna su