Nuove emoji in arrivo. Ma quanto servono a comunicare oggi?

Quando c’è stato l’emoji day – il 17 luglio – in tanti hanno alzato le spalle indifferenti, borbottando: “Dai, siamo seri, adesso c’è una giornata ufficiale anche per le emoji?”

Eppure.

Eppure le emoji non sono affatto un vezzo da ragazzini o un modo sbrigativo per comunicare. Le emoji costituiscono un mondo a sé stante, come dimostra anche il loro peso quotidiano. Ben sessanta milioni sono le emoji che ogni giorno vengono inviate e scambiate nelle chat private, commenti e whatsapp in tutto il mondo.

Un linguaggio parallelo davvero smart, che spopola sui social network ma che ormai ha raggiunto anche la fascia privata e quella professionale; se ci pensi, quante email di lavoro hai già ricevuto che contengono almeno un’emoji?
Appunto.

La storia: dalle emoticon al consorzio Unicode

La storia delle emoji inizia vent’anni fa, quando negli anni ’90 i cellulari, molto molto lontani dall’assomigliare agli attuali leggerissimi smartphone, erano dei preziosi e ingombranti telefonini, e svolgevano perlopiù due funzioni: in primis, telefonare ad altre persone, parlandogli (anche per ore) al telefono; in secondo luogo, il telefonino serviva a mandare dei messaggi di testo.

Per chi non li avesse mai usati o per chi se li fosse dimenticati, ricordiamo che i passati sms avevano diversi svantaggi. Innanzitutto, erano letteralmente digitati, perciò ogni carattere era un tasto, un click, roba da sviluppare ad oltranza il pollice opponibile.

Ogni messaggio era a pagamento, perciò ogni messaggio doveva essere pesato e oculato.
Last but not least, gli sms avevano l’enorme problema del limite massimo di caratteri: 160, solo venti in più di quelli del futuro uccellino blu.

E quindi, vuoi per ottimizzare le doti di sintesi di alcuni (diciamocelo, non tutti disponiamo di questa capacità), vuoi per ammorbidire lo stile e i toni di questi brevi messaggi, ecco che sono nati gli emoticon, le cosiddette “icone emozionali”.

Queste faccine create dall’accoppiata delle parentesi e dei due punti in qualche modo ricordavano il volto umano e sono rapidamente esplose.
Già nel 1991 l’Unicode, consorzio no profit formato dalle maggiori aziende informatiche (per esempio Ibm, Adobe, Facebook, Microsoft…) e partner istituzionali e di ricerca come l’Università di Berkley, ha deciso di prendere le bozze di quelle faccine un po’ nerd e trasformarle in dei veri e propri mini disegni, le attuali emoji.

Addio al blob e altri miglioramenti del sistema

Correva il 2015 quando Google abbandonò definitivamente il suo blob giallino per optare a delle emoji dai tratti più realistici. Ma il rilascio di nuove emoji è ormai continuativo e perenne: è ufficialmente stabilito dal consorzio Unicode ogni due anni.

I motivi che portano alla continua espansione dell’asset alfanumerico sono diversi: dal giusto diritto di evitare discriminazioni di genere/razza al diritto all’inclusione e rappresentazione, a quello di rispondere a bisogni di rappresentazione legati alla comunicazione quotidiana, fino alle richieste degli stessi utenti.

Se per i primi motivi, infatti, sono arrivate ad esempio le emoji della ragazza con il velo, la mamma che allatta e quelle gender neutral, sappiate che ci sono state delle vere e proprie battaglie per eliminare l’uovo sodo dall’emoji dell’insalata, così come per l’esatto numero di zampe dell’aragosta.
Infatti, al release di queste innovazioni, il popolo del web è insorto su Twitter, aggredendo il team di disegnatori e sviluppatori.

Il prossimo rilascio di nuove emoji dovrebbe avvenire a momenti: è stato annunciato tra agosto e settembre 2018. Tra le varie new entry avremo le persone con i capelli rossi, quelle con i capelli ricci e l’introduzione dell’emoji della carta igienica.

Ma quali sono le emoji più usate?

Questa sì che è una bella domanda. Ricordiamo che le emoji sostituiscono delle parole, se non delle frasi, perciò è un po’ come chiedere qual è la parola più usata in una lingua. Dunque, per rispondere esattamente a questa domanda dovremmo innanzitutto chiederci: di quale paese stiamo parlando?

In Italia, per esempio, l’Unicode ha rivelato che l’emoji più usata è la faccina con il cuore, confermando il cliché dell’italiano focoso e latin lover. Continuando su questa linea, su Messenger la fanno da padrone i cuori.

Trend simile un po’ a tutto il resto del mondo, proprio perché su Messenger la conversazione si fa più privata e confidenziale e i cuori abbondano quasi ovunque. A livello mondiale, invece, la faccina che vince è quella che ride con le lacrime di gioia.

Verso il futuro: molteplicità di significati e l’app Polygram

Se già nel 2015 gli esperti di Unicode riconoscevano che le emoji si stessero muovendo verso un territorio del linguaggio ancora inesplorato, possiamo solo immaginare quali saranno le future innovazioni.

Nel tempo, infatti, le emoji hanno assunto dei significati differenti nei vari paesi, spesso lontani da quelli originari per cui sono state create: celebre il caso della melanzana, che negli Usa ormai è una chiara metafora fallica, mentre invece l’emoji delle mani unite, nate con il significato di “grazie”, in molti paesi vogliono ormai simboleggiare “ti prego”.

La vicinanza alla realtà non è sempre quindi un fattore decisivo per il significato del simbolo, anche se di sicuro è una componente importante. Di sicuro è importante per Polyvibe, app che permette di rispondere a post e commenti con le proprie espressioni facciali, che vengono tradotte in simultanea e usate per apporre le reazioni.

Uno sviluppo frivolo e imprevisto dell’intelligenza artificiale, da cui nasceranno certamente altre emoji.

 

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