Nuove regole e vecchie abitudini: come si comunica durante un’epidemia

Fare colazione al bar, passare dal nostro edicolante, recarci al lavoro in bicicletta. Lo shopping il sabato pomeriggio, la palestra la domenica mattina. Che cosa succede quando un evento straordinario come un’epidemia irrompe nelle nostre vite, cambiando le abitudini? L’Eco della Stampa rappresenta un osservatorio privilegiato per monitorare comportamenti e stili comunicativi emergenti.

Che cosa sono le abitudini

In psicologia la parola “abitudine” indica un comportamento che si verifica regolarmente e richiede uno sforzo cognitivo minimo, perché è automatizzato. Le abitudini semplificano la nostra vita, ci fanno svolgere le azioni senza riflettere, sono scorciatoie di pensiero. Nonostante siano difficili da cambiare, si creano in situazioni stabili, pertanto vengono messe a dura prova quando si verifica un “terremoto”.

Lo vediamo da alcune settimane. I nostri comportamenti, dopo il decreto del Governo emesso per contrastare l’emergenza Coronavirus, sono passati da automatizzati a consci e premeditati. Prima di uscire di casa, anche soltanto per andare a fare la spesa, dobbiamo compilare un’autocertificazione. Per accompagnare il cane all’aria aperta, non possiamo allontanarci dal nostro quartiere.

L’autoisolamento pesa a tutti, inutile negarlo. C’è una buona notizia: volere è potere. Non si tratta della scoperta dell’acqua calda, ma del frutto di indagini scientifiche. Se uniamo forza di volontà a consapevolezza, riusciremo a superare questo momento, ottenendo grandi risultati.

La nostra quotidianità si sta ridisegnando, modellandosi un po’ sulla vita degli anziani. La domenica si andava alla messa e non nei centri commerciali. Il sabato sera si rimaneva a casa a giocare a carte. Locali e pub non esistevano. Il tempo per le ragazze passava ascoltando la radio, chiacchierando con le amiche attraverso la cornetta. Molte si dedicavano agli hobby manuali, come il disegno, il ricamo, il cucito, passatempi che oggi sono diventati tutorial sui social network.

Ogni pomeriggio si guardavano film in televisione, come Rin Tin Tin, Ivanhoe, Torna a casa Lassie. Prima della Pasqua, poi, era impossibile annoiarsi. Si svuotavano i cassetti e si profumavano con la lavanda dei campi. Tutte pratiche che, attualmente, vengono rilanciate su Facebook ed Instagram, basti pensare al successo di Titti&Flavia che insegnano come rinnovare gli ambienti domestici per sentirsi meglio.

Come si cambia

Facciamo qualche esempio per rendere l’idea.

Siamo nella nostra città, le vie sono quasi deserte, la movida è stata azzerata. Le restrizioni e la paura del contagio ci obbligano a restare in casa. L’atmosfera è surreale, ma la vita continua a pulsare all’interno delle nostre abitazioni. Cosa possiamo fare per passare il tempo, senza dimenticarci i doveri?

Per prima cosa, dobbiamo accogliere con curiosità il lavoro a distanza. A questo argomento L’Eco della Stampa ha dedicato un ampio articolo, evidenziando come la pratica dello smart working apporti benefici sia all’azienda, sia al dipendente. Lavorare nella propria comfort zone significa non avere stress, non sprecare tempo negli spostamenti, ridurre i conflitti con i colleghi.

Dopo il lavoro, fra le mura domestiche, oggi possiamo davvero vivere la casa. I più arditi possono dedicarsi alla manutenzione, alle grandi pulizie di primavera, al cambio del guardaroba. Chi ama cucinare, può sperimentare nuove ricette. L’ascolto della radio, che prima avveniva a bordo dell’automobile, tra i rumori del traffico e la tirannia del tempo, adesso è un piacere che possiamo concederci appieno. Perfino la televisione, che con i suoi talk show ci aveva assuefatto, ora è percepita come una persona di famiglia, viene a farci visita ogni sera, dandoci con sobrietà le informazioni che ci servono.

A ravvivare le strade inanimate, spuntano dai balconi disegni colorati e bandiere tricolore. “Andrà tutto bene” è la frase che accompagna gli arcobaleni realizzati dai bambini, ma anche da tanti adulti. E c’è chi, attraverso le finestre, ha riadottato antichi modi di comunicare, chiamando i vicini a gran voce, cantando, suonando l’inno d’Italia.

Costretti a mantenere due metri di distanza dalle persone, quando siamo fuori casa stiamo tutti sperimentando l’importanza della prossemica, ossia del corpo che si muove nello spazio. Anche questo è un modo di comunicare che per troppo tempo abbiamo dato per scontato.

Relazioni online e offline

In questo periodo, come non mai, gli Italiani vivono davanti allo schermo. Tutti sentono il bisogno di esprimere pareri sulla malattia, pochi in realtà la conoscono. Emergono, così, le contraddizioni della comunicazione online.

Quante volte, attraverso i social media, abbiamo concluso un messaggio scrivendo “Ti abbraccio”? Avremmo avuto davvero desiderio di abbracciare il nostro interlocutore? Probabilmente no, ma l’espressione era diventata una mera abitudine.

Oggi la ragionevole rinuncia al contato fisico ci fa capire quanto sia prezioso l’abbraccio di una persona cara, quanto ci manchino gli anziani che non possiamo andare a visitare. Ecco perché dallo sconvolgimento delle nostre abitudini potrà nascere qualcosa di buono.

abitudine epidemia comunicazione
Opera di Nicola Perucca

 

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