Quella musica che gira intorno: intervista a Sal, fonico di Radio Rossonera

Si chiama Salvatore Liuzzo, è nato a Milano, ma vive a Brescia. Ha 35 anni. Fin da piccolo, ha studiato e composto musica. Durante l’adolescenza, ha prodotto i primi demo e EP con varie band. Approdato all’accademia, ha scoperto tutti i segreti della chitarra. Oggi lavora in una web radio che, teoricamente, dovrebbe occuparsi soltanto di calcio. E’ proprio qui, invece, che Sal ha affinato la sua competenza di fonico, nata un po’ per amore, un po’ per necessità.

L’Eco della Stampa ha incontrato Salvatore, alla vigilia dell’uscita del suo nuovo disco, che si intitola “Alien”, in omaggio allo spirito alieno che aleggia in ognuno di noi durante i momenti di difficoltà.

Il suono: da passione giovanile è diventato il tuo mestiere. Come lo hai scoperto?

“Tutto è iniziato quando ero ancora un bambino. Avevo quattro anni e vedevo mio padre imbracciare la sua vecchia chitarra, una EKO P2, lo stesso modello che usò Lucio Battisti in qualche apparizione televisiva. Ero attratto dalle vibrazioni, che sono per definizione suono, un corpo che vibra nell’aria. Penso che i suoni e la musica mi condizionino nel quotidiano e mi facciano stare bene, quando scorrono dentro di me!”.

Nella scuola italiana, la musica è sempre stata la Cenerentola delle materie. Qual è stata la tua esperienza da studente?

“Nella scuola tradizionale, purtroppo, la musica è sempre stata poco valorizzata. Quando ero adolescente, in classe si suonava il flauto, uno strumento che detestavo… io volevo suonare solo la chitarra. Alle superiori, mi divertivo a scrivere testi dei miei brani alla lavagna, passando un po’ per matto. Oggi, comunque, esistono molte scuole di musica e bravi insegnanti, anche se, da quello che osservo, le nuove mode in tema di generi musicali stanno allontanando i ragazzi dal mondo musicale e dallo studio approfondito di uno strumento. Social e tecnologie sottraggono tempo, non sempre favoriscono lo sviluppo della creatività, rendono le nuove generazioni, in qualche modo, omologate. Si passa troppo tempo online, dimenticando cosa c’è fuori”.

Dall’accademia musicale alla radio, un percorso non scontato. Come hai deciso di diventare fonico?

“A 25 anni sono stato costretto a sospendere lo studio della chitarra, a causa di una grave artrite che, fortunatamente, oggi ho superato. Dopo un periodo molto duro, capii che potevo occuparmi di musica sotto un altro punto di vista. Iniziai, così, a specializzarmi prima come fonico live, poi come fonico da studio. In radio ci sono arrivato vivendo una storia incredibile di cronaca sportiva, durante la quale ho conosciuto i fondatori di Radio Rossonera. Mi sono messo in gioco in una nuova avventura”.

Qual è il ruolo del suono in un’emittente che si occupa di sport?

“Una web radio oggi è una radio a tutti gli effetti, che necessita di una qualità di emissione ai massimi livelli. La musica viene trasmessa anche dalle radio sportive, anzi, sono di gran contorno, attraverso jingle, spot e contributi. Pensiamo ad una radiocronaca di una finale di Champions League: come si fa a non mettere un brano epico in sottofondo? La musica è importantissima.

Per quanto riguarda il livello tecnico, esistono regole ben precise per trasmettere: in radio bisogna esaltare le caratteristiche degli speaker – la «grana della voce», come scriveva Roland Barthes – fare sempre attenzione e preoccuparsi di cosa vada a finire nelle orecchie degli ascoltatori. Oggi tutti seguono la radio attraverso gli auricolari, dunque ciò che viene trasmesso deve essere ben amalgamato ed omogeneo”.

Pensi anche tu che la musica abbia colore?

“Certo. La musica ha dei colori che chiamiamo modi; uno stesso accordo si può suonare in «modi» diversi, per apprezzarne colore e sapore. Lo stesso principio vale per un brano in tonalità maggiore o minore. I primi sono allegri o energici, i secondi tristi e malinconici. Del resto, la musica è una forma d’arte e, come tutte, espressione dei sentimenti”.

Musica e fotografia: che rapporto c’è tra le due discipline?

“Da qualche mese mi sono affacciato ai settori della fotografia e del video. Devo dire che, anche qui, c’è un mondo da scoprire; durante gli studi, sto trovando analogie, magari per molti sono scontate, con la musica. Ad esempio, l’acustica della stanza per un musicista o fonico è fondamentale e corrisponde alla luce per un videomaker o fotografo. Così come la messa a fuoco equivale alla concentrazione per chi suona. Sono due discipline che viaggiano all’unisono, altrimenti perché esisterebbero i videoclip? L’indiscussa differenza, poi, la determinano il fotografo e il compositore, mai lo strumento in sé”.

Durante l’emergenza Coronavirus, la musica ha riempito la nostra solitudine. Riconosci il valore terapeutico delle note?

“Il Coronavirus ha scosso e cambiato le nostre vite; sinceramente non ho apprezzato molto vedere vicini di casa suonare in balcone tutti i giorni. Io vivo in una delle province più colpite ed è ancora molto dura. Tuttavia, la musica ha riempito le nostre giornate, tra dirette social e presentazioni di album online. Anche io ho dato lezioni di chitarra in streaming e aperto un canale YouTube per gli appassionati, come me, di home recorder e software innovativi per fare musica.

La musica è terapeutica, non a caso è stata inventata la musicoterapia. Come ho detto all’inizio, essa è vibrazione e il nostro corpo vibra sempre. Le note ristabiliscono il giusto equilibrio tra psiche e fisicità. Avete mai ascoltato musica a 432 Hertz? L’accordatura standard oggi è a 440 Hertz. Seppur esista una corrente di pensiero che la reputi una bufala, in realtà, la musica suonata con accordatura a 432 Hertz aumenta a livello del sistema nervoso il rilascio di endorfine e dopamina che sono i nostri antistress e antinfiammatori naturali. In fondo, siamo tutti alla ricerca di una frequenza del benessere”.

 

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