Questo albergo è una vacanza: come uscire dalla crisi più forti di prima

Deve il suo nome ad una poesia di François Villon. “Les Neiges d’Antan” non è soltanto un albergo. Incastonato come una perla tra neve e cielo, offre una vista unica sul Cervino, nascondendo allo sguardo lo scempio della febbre edilizia che ha cambiato i connotati a Valtournenche.

“C’era una volta il Breuil” si legge sulla grande fotografia in bianco e nero che, nell’atrio, saluta i turisti. Ma qui c’è ancora. Per vivere la montagna in tranquillità, la famiglia Bich costruì lo chalet in un bosco, negli anni Settanta. Oggi sono Ludovico e Clara a condurre un’impresa che ha saputo adeguarsi ai tempi, senza mai cambiare anima.

A Cervinia tra storia e tecnologia

Il calore degli interni in legno, una collezione di vinili per l’ascolto della musica, un centro benessere, una cucina biologica, fanno sentire il turista a casa. La navetta conduce sulle piste in un batter d’occhio, ma qui non vengono soltanto gli sciatori. C’è chi segue lezioni di yoga, chi predilige le escursioni a piedi o in mountain bike, chi si riposa, chi studia e perfino chi lavora. L’albergo, interamente green, è anche un modello di tecnologia avanzata.

Les Neiges d’Antan

Ma quante sono, in Italia, le strutture turistiche così? Pochissime. La crisi che ha messo in ginocchio il settore ha avuto gioco facile anche perché, prima dell’emergenza sanitaria, esistevano criticità. Lo ammette Roberto Necci, presidente del Centro Studi di Federalberghi Roma, vicepresidente della stessa associazione, da anni alla guida del gruppo Necci Hotels, una moderna management company che gestisce, in proprio o per conto terzi, strutture alberghiere.

L’analisi di Roberto Necci

“Non sono disfattista, ma realista – premette il manager – in Italia gli alberghi sono troppi, lavorano soltanto in alcune stagioni, spesso hanno strutture obsolete ed un coefficiente di occupazione delle camere basso. Bisogna che gli albergatori utilizzino questo momento di stallo per riorganizzare le loro imprese. Non è impossibile. Il mio gruppo sta lavorando per restituire linfa vitale a diverse strutture turistiche. Vediamo già risultati positivi”.

Roberto Necci, presidente del Centro Studi di Federalberghi Roma

Descrivere la situazione con il linguaggio arido delle cifre non è sufficiente, ma offre un quadro chiaro da cui partire. Nel nostro Paese gli alberghi sono più di 33 mila. Tanti e mal distribuiti, se si pensa che il 90 per cento delle strutture nella regione Lazio è concentrata a Roma. Le indagini statistiche ci dicono che, nei primi 9 mesi del 2020, abbiamo registrato 192 milioni di presenze in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Si tratta di un calo pari al 50,9 per cento.

Senza Covid, da marzo a maggio 2020 l’Italia avrebbe avuto 81 milioni di presenze, pari al 18,5 per cento delle presenze totali annue, ed avrebbe guadagnato 9,4 miliardi di euro.

Oggi risulta aperto soltanto il 30 per cento degli hotel. Tanti sono stati costretti a chiudere ed alcuni si sono trasformati in residenze che accolgono i malati. Dove prima transitavano comitive festanti, è un viavai di ambulanze. L’emergenza sanitaria ha distrutto famiglie ed ha cambiato anche il volto di alcune città turistiche. Ma questo è soltanto l’aspetto esteriore del problema.

Il turista moltiplicatore di ricchezza

“Il turista – incalza Necci – è un moltiplicatore di ricchezza. Non spende soltanto in albergo, ma genera un indotto significativo. L’Italia sta soffrendo molto in questo momento perché, grazie alle sue città d’arte (Roma, Firenze, Venezia in primis), ha sempre attratto il mercato straniero. Il blocco delle frontiere, dovuto al rischio di trasmissione del virus, ha ridotto dell’80 per cento presenze che contribuivano in grande misura al PIL”.

Quando si parla di indotto nel settore turistico si considerano i trasporti, la ristorazione, il commercio, ma anche i grandi eventi culturali. Con i teatri chiusi, i concerti annullati, le manifestazioni vietate, è facile comprendere le dimensioni del disastro prodotto dal Coronavirus. Piangersi addosso, però, non serve. Bisogna che il comparto alberghiero reagisca, magari lasciandosi aiutare dagli esperti.

Come far rinascere un albergo

Il lavoro di consulenza che svolge il gruppo di Roberto Necci comincia dalla valutazione dello stato dell’hotel. In Italia la maggior parte degli alberghi appartiene alla categoria 3 stelle. “Noi facciamo un’analisi completa – spiega l’imprenditore – che consideri la struttura turistica, ma anche la sua storia, per proiettarla verso il futuro. In alcuni casi, proponiamo di apportare miglioramenti che traghettino l’albergo in una categoria superiore. Può accadere, però, che all’albergatore convenga retrocedere per non scomparire. Faccio un esempio: un edificio fatiscente, che richiederebbe enormi investimenti per tornare ad essere attrattivo, può rinascere come ostello. I giovani stranieri alloggiano volentieri in queste strutture, sia perché costano poco, sia per forma mentale”.

Stabilito l’obiettivo, comincia il lavoro vero e proprio. Gli alberghi italiani, per la maggior parte, hanno bisogno di sviluppo tecnologico. Chi viaggia oggi è molto esigente ed ha tempi sempre più ristretti. Servizi come il self check-in, il tablet in camera, il collegamento per le videoconferenze non possono più mancare, secondo Roberto Necci, in una struttura moderna.

“Il Covid ci ha evoluti come consumatori – è il parere del manager – e ci ha abituati a ricorrere, per ogni necessità, ai supporti informatici. Offrire la connessione ad Internet non basta più”.

Tablet ed igiene nelle camere

Si chiama “reingegnerizzazione” l’attività che accresce e rende più efficaci i processi informatici. Una parola difficile che indica l’unica strada percorribile dagli albergatori: quella dell’adeguamento alle richieste del pubblico. Anche dal punto di vista igienico, secondo Necci, molte strutture italiane devono progredire. Ogni albergo attualmente deve garantire camere sanificate, come una particolare cura degli ambienti e della biancheria.

La rivoluzione non esclude i B&B, le case-vacanza, le locande. Il Covid, come conferma l’esperto, sta facendo crescere la clientela che non vuole il contatto con gli estranei. E stanno mutando le abitudini alimentari. Cucinare da soli, anche in trasferta, è un’esigenza che non può più essere sottovalutata.

Ripartire, secondo Necci, si può. Ma da qui alla riapertura dell’albergo Italia bisogna lavorare, approfittare del fermo per una bonifica che faccia trovare le aziende pronte nel momento in cui i turisti torneranno.

“Benvenuti nella città di acqua e pietra, dove ogni sogno può trasformarsi in realtà” recita il messaggio che il direttore dell’hotel veneziano Papadopoli fa trovare ai suoi ospiti in camera. E non c’è dubbio. Quando sogni e bisogni coincidono, siamo nel posto giusto.

Una camera dell’hotel Papadopoli

 

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