Si riaccende la TV ed è subito talk show: l’origine del genere intramontabile

Chi avrebbe immaginato di vedere i salotti televisivi senza pubblico? Negli ultimi mesi, per contenere l’emergenza Coronavirus, anche la TV ha cambiato aspetto. Per Giovanni Floris e Mario Giordano lo studio vuoto è come camminare sull’orlo dell’abisso, confrontarsi con il nulla, giocare una partita di calcio a porte chiuse. Ogni programma che si rispetti ha il suo pubblico, che applaude, interviene, accende un feedback immediato. Abbiamo scoperto una televisione silenziosa, senza ritmo, dove anche emozioni e coinvolgimento sono finiti in quarantena. Ora che, progressivamente, il palinsesto sta riprendendo la routine, ci accorgiamo di quanto conti rispettare la ritualità sul piccolo schermo, fatto di elementi costanti e prevedibili, non soltanto di contorno, ma di creazione di significato.

Perché il talk funziona sempre?

L’uomo è un animale sociale che ha bisogno di comunicare. Il talk show è il luogo dove le parole si incontrano e si scontrano. Nato alla radio per approdare successivamente in televisione, questo genere di programma appartiene alla categoria dell’intrattenimento parlato. Come ha scritto Aristotele nei Topici e nelle Confutazioni sofistiche, la dialettica è un metodo che consente di sostenere vittoriosamente – o meno – la discussione con un avversario.

Il dibattito verte intorno ad una tesi che uno degli interlocutori difende e che l’altro è impegnato a confutare. In generale, come avviene la discussione? Entrambi i contendenti, secondo il filosofo di Stagira, è importante che concordino su alcune premesse, non necessariamente vere. E’ fondamentale, invece, che tali punti di partenza esprimano l’opinione dei cittadini più sapienti e credibili.

La stessa regola non vale oggi, dove nei talk show si dà spazio ad un’ampia gamma di ospiti: esperti, politici, attori, ma anche persone comuni. Tutti hanno la possibilità di esprimere la propria opinione. Per essere invitato sembra sia sufficiente avere esperienza di vita, poter rendere testimonianza.

Il ruolo del conduttore, “maestro di cerimonie”

Tutto questo oggi può sembrare scontato. In realtà capita spesso di assistere a talk show i cui protagonisti appaiono preparati superficialmente, poco rispettosi dell’avversario, sempre pronti ad interrompere gli interventi altrui. Qui entra in gioco la bravura del conduttore che, oltre a presentare i temi del giorno e moderare il dibattito, deve muoversi come un equilibrista sul filo della discussione. Nei casi estremi, chi conduce somiglia all’arbitro sul ring!

Come sostiene il critico Aldo Grasso, il conduttore ideale è colui che rappresenta la “voce” della gente, senza faziosità. Il talk show è costruito in modo centripeto intorno alla figura carismatica del “maestro di cerimonie”. E’ un demiurgo ventriloquo, che ha un rapporto pedagogico con il pubblico, dal quale lo separa una distanza professorale; allo stesso tempo egli può usare il tono confidenziale del “tu”, dando voce a chi voce non ne ha. E’ sempre Grasso ad affermare che il pubblico del talk show è invitato a far parte della messa in scena. Se assenti, gli ascoltatori/spettatori, sono comunque evocati, oppure coinvolti telefonicamente.

Gli albori del talk, quelle telefonate da casa

Negli Stati Uniti d’America, luogo di nascita del genere, il talk show è chiamato call-in show. A differenza di quella italiana, l’espressione anglosassone pone l’accento sulla rilevanza della chiamata da casa da parte del pubblico.

Oggi si parla spesso di interattività proprio per indicare il ruolo attivo di chi resta a casa e lo scambio continuo tra programma e spettatori. Non è vero, pertanto, che il digitale avrebbe violato l’intimità dei salotti e dato potere a tutti i riceventi dei messaggi. Già agli albori del talk show, il pubblico ha sempre giocato un ruolo importante.

Siamo partiti dicendo che il talk show è lo spettacolo della parola. Con essa entrano in scena anche i sistemi di comunicazione extra-linguistici. In radio contribuiscono alla formazione del linguaggio orale: la grana della voce, composta da stratificazioni; il timbro; le pause. La voce è attiva quando lo sguardo è passivo, sostiene Corrado Bologna. La voce partecipa come il più flessibile degli strumenti, si adatta ed è adattata in continuazione.

In televisione, invece, predominano il linguaggio del corpo, la gesticolazione, la mimica facciale, l’interazione aptica – ossia il contatto fisico, per esempio una stretta di mano fra due ospiti che in precedenza si erano scontrati verbalmente – i sistemi visivi, come il look.

E la partita a volte si gioca perfino sullo stile degli ospiti fissi. Mauro Corona, scrittore-alpinista e colonna del programma Cartabianca in onda su Rai Tre, è un esempio. I suoi look fanno parlare ancor prima che apra bocca e rappresentano il trampolino di lancio di ogni puntata.

 

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