Uomini e donne: due mondi, due linguaggi ancora diversi

È vero che le donne parlano “diversamente” dagli uomini? Come può un sistema strutturato come la lingua rappresentare al suo interno una dimensione così legata alla realtà extralinguistica? Gli antropologi non hanno dubbi: il maschile e il femminile non hanno ancora lo stesso statuto e non occupano la stessa posizione.

Le prime ricerche sulla differenza sessuale nel linguaggio risalgono al 1920. In America, come in Europa, i linguisti cominciano a rivolgere la loro attenzione allo studio della cultura nelle società primitive. In questo contesto individuano le forme che la codificazione sessuale assume a livello fonologico, sintattico e lessicale.

Gli albori della ricerca

Le prime pubblicazioni sull’argomento si devono a Jespersen (1922), Malinowsky (1929) e Sapir (1929). Nei decenni seguenti il tema viene ripreso da Flannery (1946), Trubetzkoy (1949) e Levi-Strauss (1955). Per tutti questi autori il punto di partenza è comune: nelle lingue esistono alcune forme riservate agli uomini ed altre riservate alle donne. Si parla, a tal riguardo, di bilinguismo. La definizione, però, non è corretta perché la struttura grammaticale è unica ed esistono, invece, forme lessicali diverse.

La prima lingua maschile è usata nell’interazione uomo-uomo ed in quella mista. La prima lingua femminile si riscontra soltanto nell’interazione donna-donna. Un esempio chiaro viene fornito dagli indiani dei Caraibi, abitanti delle Piccole Antille. Jespersen qui osserva che la lingua delle donne è più arcaica e deriva dagli insegnamenti materni. Anche gli studi di Sapir partono dagli indiani, ma in un territorio diverso: la California, dove la divisione linguistica è netta soprattutto nei riti magici. Le donne non devono conoscere, né pronunciare, le formule proprie della magia maschile. Ed il tabù linguistico si estende a tutti i membri delle classi inferiori.

L’avvento del femminismo

Con il passare del tempo, le differenze sembrano affievolirsi, ma non scompaiono. Bisogna arrivare agli anni Sessanta per vedere nascere una nuova branca della linguistica: la sociolinguistica che ha per oggetto lo studio sistematico del linguaggio come fenomeno sociale. E’ in questa fase che si prendono in considerazione, oltre al sesso, la classe sociale, l’età, l’occupazione. E negli anni Settanta, con il consolidarsi del movimento femminista americano, escono i primi lavori sul tema. L’elemento di maggiore interesse, che è al tempo stesso il punto di debolezza delle nuove teorie, consiste nello spostare l’attenzione dal linguaggio alla società che lo produce. Si pensa che il linguaggio sia soltanto un riflesso dell’ambiente ad esso preesistente. E si sottolinea lo stato di inferiorità della donna che, a causa della sua condizione, parla utilizzando spesso la forma interrogativa, oppure le parole inerenti  la “cura” del marito e della prole.

In un racconto di Doris Lessing dal titolo “La camera diciannove” (Triad Books, 1979) si parla di un “fallimento dell’intelligenza” per descrivere la storia di una donna che ha tutto ciò che dovrebbe renderla felice, ma qualcosa che non va nella sua vita. A questo “qualcosa” la protagonista non sa dare un nome e quando tenta di farlo può solo misurare lo scarto fra il suo linguaggio e ciò che lei sente.

Doris Lessing

Il cammino dell’Italia verso la parità

Nel 1987 esce nel nostro Paese un rivoluzionario volumetto, “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che allarga il dibattito e arriva ad interessare attraverso la stampa anche il grande pubblico. Lo scopo è politico e si riallaccia a quello di (ri)stabilire la parità fra i sessi. Arrivano le prime proposte di modifica di alcuni termini.

L’italiano attuale testimonia molti tentativi di eliminare tutti quegli usi della lingua che possono dare della donna un’immagine negativa, come provano i numerosi convegni e corsi di formazione finalizzati a richiamare i parlanti a una maggiore consapevolezza del potere simbolico del linguaggio. La situazione è in movimento, ma il piatto della bilancia che la tradizione aveva appesantito di usi linguistici sessisti si va lentamente alleggerendo.

Si notano una maggiore attenzione, da parte dei media, a usare il genere femminile per i titoli professionali e i ruoli istituzionali – sui maggiori quotidiani l’uso di ministra e deputata è triplicato nel quinquennio 2006-2010 rispetto al precedente – e a evitare il maschile “inclusivo”, cosicché i diritti dell’uomo viene riformulato in diritti della persona, e molti interventi “antidiscriminatori” sul linguaggio amministrativo.

Anche l’Europa si evolve

Vivo è anche l’interesse di interpreti, traduttori e di tutti coloro che operano in contesti internazionali. La Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale ha dedicato la sua X giornata al tema “Politicamente o linguisticamente corretto?”, mentre la Confederazione Svizzera ha pubblicato la Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali, a riprova che lo sforzo di evitare gli usi linguistici sessisti, condiviso da altre lingue europee, è ormai diventato un fattore di mutamento linguistico transnazionale.

 

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